domenica 21 dicembre 2014

Petizione sull’educazione affettiva e sessuale nelle scuole

By ProVita Onlus · 12/15/2014
ProVita Onlus, l'Associazione Italiana Genitori (AGe), l'Associazioni Genitori delle Scuole Cattoliche (AGeSC) e Giuristi per la Vita, presentano questa petizione propositiva al Ministro dell’Istruzione, nonché al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio, affinché i nostri figli possano trovare nella scuola, non ideologie destabilizzanti come l’ideologia gender, ma progetti, corsi e strategie educative che permettano uno sviluppo sano della loro personalità, in armonia con la famiglia e con le istanze etiche, rispettosi di tutti ed in primis della natura umana.

Sempre più diffusa è la consapevolezza che ci troviamo di fronte ad una vera e propria emergenza educativa, in particolare per quanto riguarda le tematiche dell’affettività e della sessualità. Molti hanno già reagito contro la subdola introduzione della teoria del gender nelle scuole di ogni ordine e grado (fin dagli asili nido). Tuttavia, anche quando non si arriva a questo punto, in molti casi l’educazione sessuale è priva di riferimenti morali, discrimina la famiglia, e mira ad una sessualizzazione precoce dei ragazzi.
Attualmente i progetti educativi in questo ambito vengono spesso presentati richiamando l’esigenza di “lottare contro la discriminazione”. L’intento in sé potrebbe essere lodevole se ciò significasse educare gli studenti a rispettare ogni persona e a non rendere nessuno, a causa delle proprie condizioni personali (disabilità, obesità, razza, religione, tendenze affettive, ecc.), oggetto di bullismo, violenze, insulti e discriminazioni ingiuste. In realtà il concetto generico di “non discriminazione” nasconde molto spesso: la negazione della naturale differenza sessuale e la sua riduzione ad un fenomeno culturale che si presume obsoleto; la libertà di identificarsi in qualsiasi “genere” indipendentemente dal proprio sesso biologico; l’equiparazione di ogni forma di unione e di “famiglia”; la giustificazione e normalizzazione di quasi ogni comportamento sessuale. Tutto ciò, anche in altri paesi dove simili strategie educative sono da tempo applicate, come in Inghilterra e Australia, ha già causato una sessualizzazione precoce della gioventù che ha portato ad un aumento degli abusi sessuali (anche tra giovani), alla dipendenza dalla pornografia, all’attività sessuale prematura con connesso aumento di gravidanze e aborti già nella prima adolescenza, e all’aumento della pedofilia.
Inoltre i suddetti progetti educativi, e persino lastrategia nazionale” dell’UNAR, vengono sovente redatti con la collaborazione esclusiva di associazioni LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali) senza l’adeguato coinvolgimento di associazioni ed enti rappresentativi dei genitori, e quindi, sia per le modalità che per i contenuti, sono elaborati e diffusi in violazione dell’art. 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (“I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli”); dell’art. 2 del Protocollo addizionale alla Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo (“Lo Stato … deve rispettare il diritto dei genitori di provvedere a tale educazione e a tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche”); dell’art. 30 della Costituzione italiana (“E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”); e dell’art. 14 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza dell’UNICEF (“Gli Stati parte rispettano il diritto e il dovere dei genitori oppure, se del caso, dei tutori legali, di guidare il fanciullo nell’esercizio della libertà di pensiero, di coscienza e di religione”).
Per questi motivi con la presente petizione chiediamo al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, non solo, come già chiesto sia dalla nostra che da altre associazioni, di disapplicare la “Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere” e di impedire la diffusione di ogni progetto educativo che ad essa si ispiri, ma soprattutto di emanare precise direttive affinché tutti i progetti, corsi, strategie educative, si conformino ad alcune linee guida, prevedendo, in particolare:
Che venga rispettato il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità, riconoscendo il suo diritto prioritario ai sensi dell’art. 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e dei decreti che riconoscono le scelte educative dei genitori (artt. 1.2, 3.3 e 4.1 del DPR 275/99, art. 3 del DPR 235/97, artt. 2.3, 2.6 e 3 del DPR235/2007 e il Prot. AOODGOS n. 3214 del 22.11.2012). Ogni “strategia” educativa, specie se di rilievo nazionale, dovrebbe rispettare sia nelle sue modalità di elaborazione e diffusione (coinvolgendo prevalentemente enti rappresentativi dei genitori e delle famiglie) che nei contenuti, questo diritto fondamentale. Similmente, i progetti sull’affettività e la sessualità da attuare nelle scuole dovrebbero coinvolgere le famiglie nell’opera di educazione e rendere i propri contenuti trasparenti ad esse, evitando il contrasto con le “convinzioni religiose e filosofiche” dei genitori. L'azione educativa della scuola in questo ambito deve essere informata a due principi: il principio di sussidiarietà (il diritto-dovere dei genitori di educare è insostituibile e va sostenuto dallo Stato) e il principio di subordinazione (l'intervento della scuola deve essere soggetto al controllo da parte dei genitori).
Che sia oggetto di spiegazione e di studio la ragione per la quale la nostra Costituzione, all’art.29, privilegi la “famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, della quale “riconosce” gli speciali diritti, diversamente da ogni altro tipo di unione.
Che si educhi a riconoscere il valore e la bellezza della differenza sessuale e della complementarietà biologica, funzionale, psicologica e sociale che ne consegue. In questo modo gli studenti impareranno anche che la madre e il padre, nella famiglia, ancor più che nel mondo del lavoro o in altri contesti, apportano la loro propria ed insostituibile ricchezza specifica.
Che si educhi al rispetto del corpo altrui ed al rispetto dei tempi della propria maturazione sessuale ed affettiva. Questo implica che si tenga conto delle specificità neurofisiologiche e psicologiche dei ragazzi e delle ragazze in modo da accompagnarli nella loro crescita in maniera sana e responsabile, prevedendo corsi di educazione all’affettività e alla sessualità, concordati con i genitori.
Che si porti a riconoscere che l’attività sessuale non si riduce alla dimensione del piacere, ma che comporta delle conseguenze gravi e dei doveri importanti. A questo proposito si potranno mostrare utilmente i risultati delle indagini sociologiche secondo le quali ritardare l’attività sessuale e ridurre il numero di partner aumenta le possibilità di intrattenere relazioni stabili nel futuro e riduce i problemi psicologici (come la depressione), specialmente nelle ragazze.
Firma subito anche tu la petizione affinché il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio dei Ministri e il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca accolgano la nostra proposta educativa e garantiscano che nelle scuole i nostri figli possano trovare, non ideologie pericolose, ma la via verso uno sviluppo sano della loro personalità, in armonia con la famiglia e con le istanze etiche.

Per firmare vai a ; http://www.citizengo.org/

Fonte: ciiizengo.org/

domenica 14 dicembre 2014

EllaOne: contraccezione o aborto?


La carenza d’informazione costituisce un grave problema etico, perché chi non conosce non è in grado di scegliere consapevolmente e liberamente.


Il meccanismo d’azione di ellaOne, la pillola dei cinque giorni dopo, non è esclusivamente di tipo antiovulatorio.
Le donne che assumono ellaOne nel periodo fertile del ciclo mestruale per la maggior parte ovulano e possono concepire, ma, essendo il loro endometrio irrimediabilmente compromesso a causa dell’azione della pillola, non si verificherà l’annidamento dell’embrione nell’utero materno e verrà così provocata la morte del concepito.
Il possibile effetto antinidatorio è incompatibile con la legislazione italiana.
La legge di riferimento, quando si parla di contraccezione, è la L. 405/75, istitutiva dei Consultori familiari. Nel suo primo articolo essa definisce la procreazione responsabile e finalizza quest’ultima alla tutela della salute della donna e del “prodotto del concepimento”, escludendo così i metodi con meccanismo d’azione post-concezionale.
Anche la recente sentenza della Corte Europea di Giustizia del 18 ottobre 2011 ha riconosciuto nella fecondazione l’inizio della vita e nel concepito un soggetto che deve essere tutelato.
La Direttiva europea 2001/83/CE, relativa ai medicinali per uso umano, all’art. 4 prevede che le procedure di approvazione comunitaria non impediscono ai singoli Stati della UE di vietare farmaci contraccettivi o abortivi incompatibili con le rispettive legislazioni nazionali.
Inoltre la Direttiva europea 2005/29/CE relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno, recepita dal nostro Codice del Consumo nel 2007, prevede che l’informazione all’utenza sia corretta e in nessun modo ingannevole. Essa non deve infatti contenere informazioni false, ma neppure ingannare il consumatore medio nella sua presentazione complessiva (anche se l’informazione sia di fatto corretta) riguardo all’esistenza o alla natura del prodotto, cioè alle sue caratteristiche principali, fra cui la sua composizione, l’idoneità allo scopo ed i risultati che si possono attendere dal suo uso.
Nel foglietto illustrativo di ellaOne si dice che “si ritiene che ellaOne agisca bloccando l’ovulazione”, ma se ne omette il possibile effetto antinidatorio, e dunque abortivo.
La presentazione di questo farmaco come “contraccettivo”, termine correntemente usato per indicare la prevenzione del concepimento (inteso come fecondazione) è ingannevole: potrebbe indurre infatti ad utilizzarlo persone che non lo farebbero mai, se solo ne conoscessero il meccanismo d’azione antinidatorio.
La relazione tecnico-scientifica “Ulipristal acetato (CDB 2914) - Meccanismo d’azione: aspetti scientifici, deontologici ed etici” della Società Medico-Scientifica Interdisciplinare PROMED Galileo del 16 aprile 2010 riporta a questo proposito il risultato di alcuni studi:
In uno studio condotto su 618 donne negli Stati Uniti di età inferiore a 50 anni l’11,8% del campione riteneva che la contraccezione d’emergenza agisse prima del concepimento, il 56,6% tra il concepimento e l’impianto nell’utero ed il 18,1% dopo l’impianto. Il 48% dello stesso campione considerava la fecondazione come l’inizio della vita umana, contro il 19% che individuava tale inizio con l’impianto dell’embrione o fasi successive. (...) In un altro studio, condotto su 581 donne di età media poco superiore ai 30 anni, è risultato che il 39,4% non avrebbe assunto un metodo contraccettivo che avesse esercitato la propria azione dopo la fecondazione. Il 46,3% ha individuato l’inizio della vita umana con la fecondazione contro il 35,7 che ha indicato l’impianto o fasi successive. (...)
La collocazione dell’inizio della vita umana e la religiosità sono fortissimi predittori dell’attitudine delle donne ad utilizzare o rifiutare i contraccettivi in base al meccanismo d’azione (non quindi sulla base della semplice indicazione contraccettiva). Il più recente studio in questo senso, condotto su 178 donne di 18-50 anni che frequentavano due centri universitari di medicina generale, ha confermato i precedenti risultati indicando che il 30% delle donne ritiene che la vita inizi al momento della fecondazione, il 47% indica la fecondazione come momento di inizio della gravidanza, il 20% darebbe il consenso all’utilizzo della contraccezione d’emergenza solamente se essa agisse prima della fecondazione, il 34% la utilizzerebbe solamente se il proprio medico la informasse assicurando che essa non provoca alcun aborto.”
Il fatto che nel foglietto illustrativo di ellaOne manchi un riferimento diretto al possibile impedimento dell’annidamento dell’embrione nell’utero materno rende l’informazione alle possibili utenti difettosa ed inesatta sia dal punto di vista tecnico-farmacologico che sotto il profilo del consenso informato.
Detta lacuna nell’informazione all’utenza, secondo la Società Medico-Scientifica Interdisciplinare PROMED Galileo, “può costituire un importante ostacolo all’esercizio dell’autonomia decisionale della donna e alla sua capacità di assumere decisioni non in contrasto con le proprie convinzioni etiche da cui potrebbero derivare potenziali rischi per la propria salute psichica. (...) un consenso dato senza adeguata e completa informazione sarebbe da ritenersi “non valido”, condizione a cui sarebbero riconducibili possibili problematiche sia in ambito penalistico che civilistico nei confronti del medico (e della struttura) che ha prescritto il farmaco.”
Un’altra questione di particolare rilevanza riguarda la disposizione dell’art. 3 della Determinazione Aifa dell’8 novembre 2011, che subordina la prescrizione del farmaco alla presentazione di un test di gravidanza ad esito negativo basato sul dosaggio dell’HCG beta, al fine di escludere una gravidanza in atto.
L' hCG (Human chorionic gonadotropin) o gonadotropina corionica è un ormone prodotto dall'embrione, subito dopo il suo impianto nell'utero.
Il test di rilevamento dell’ormone beta hCG nel sangue o nelle urine, che si dovrebbe esibire al momento della richiesta di prescrizione del farmaco, può dare esito positivo di una eventuale gravidanza solo 7-8 giorni circa dopo la fecondazione, quando l'embrione si è già annidato nell'utero; pertanto, se c'è stata la fecondazione ma l'embrione non si è ancora annidato, il test darà come esito un falso negativo, anche se l'embrione sta viaggiando verso l'utero e, quindi, la gravidanza esiste.
Il concepito rimane dunque “invisibile” al test per circa 7-8 giorni, un intervallo di tempo nel quale il livello di beta HCG non si positivizza.
Quindi i test attualmente in uso non servono a escludere un’azione abortiva della pillola, perché non segnalano la presenza dell’embrione se esso non è ancora annidato in utero.
Esiste un test più sensibile che potrebbe segnalare la presenza dell’embrione poco dopo la fecondazione. Entro due giorni da quest’ultima è possibile infatti rilevare nel circolo materno il Fattore Precoce di Gravidanza: l’EPF (Early Pregnancy Factor) che appunto è presente quando inizia una gravidanza.
L’EPF è una sostanza immunosoppressiva, prodotta dall’ovaio prima dell’impianto dell’embrione in utero, che appare circa 48 ore dopo la fecondazione ed è la risposta ormonale della madre ai segnali endocrini che l’embrione appena formato invia, segnalando la sua presenza.
L’impiego del test del dosaggio dell’EPF nel sangue non è però a tutt’oggi standardizzato e non costituisce per il momento un esame di routine a causa del dispendio economico e di tempo che comporta.
Riguardo alla disposizione dell’esecuzione del test di gravidanza preliminare, occorre inoltre rilevare che le donne che volessero farsi prescrivere ellaOne potrebbero anche presentare il test di gravidanza sulle urine eseguito da loro stesse o da altre donne in un periodo di assenza di rapporti sessuali o di rapporti sessuali verificatisi nel periodo infecondo nel ciclo. Il test risulterebbe così negativo e la pillola potrebbe così essere messa da parte, come “scorta” per le “esigenze future”.
Un altro aspetto importante da rilevare riguardo all’informazione data sulla “contraccezione d’emergenza” (in cui è inclusa anche ellaOne), è l’affermazione che la sua diffusione costituisca il presupposto fondamentale per un minore ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza.
Numerosi articoli documentano invece come il ricorso alla “contraccezione d’emergenza” (CE) non riduca l’abortività volontaria, che, anzi, in diversi casi, aumenta.
Infine, si deve rilevare come la disinformazione di molte donne riguardo alla fisiologia della riproduzione, soprattutto delle adolescenti, maggiori consumatrici di contraccettivi di emergenza, porti spesso ad un uso fuori luogo e magari ripetuto della contraccezione d'emergenza.
Nel testo “Sessualità e riproduzione: tutto sotto controllo?” vengono riportati i risultati di uno studio (Bonarini 2004) su mille donne seguite dai Consultori della città di Padova (100 pazienti per ognuno dei 10 consultori dell’area urbana).
A dette donne è stato chiesto di indicare la durata del proprio ciclo mestruale, di identificare su di un grafico il periodo fertile del proprio ciclo, di indicare il giorno della propria ovulazione e il giorno presunto dell’ovulazione in un ciclo che durasse solo 22 giorni.
Sono risultate informate il 21,4% delle ragazze di età inferiore a 20 anni, il 28,9% delle donne di età compresa tra 20 e 29 anni, il 29,1% delle donne comprese tra 30 e 39 anni ed il 36% delle donne di 40 anni ed oltre.
La carenza d’informazione costituisce un grave problema etico, perché chi non conosce non è in grado di scegliere consapevolmente e liberamente.
Se la donna non ha elementi corretti per scegliere personalmente, le sue scelte saranno effettuate da altri, poiché non fondate su una vera conoscenza ma su informazioni veicolate spesso da “fonti interessate”.
E’ indubitabilmente indispensabile una conoscenza non superficiale del meccanismo di azione di ellaOne sia da parte del medico che prescrive questo prodotto, sia da parte della donna che pensa di assumerlo, al fine che quest’ultima esprima un consenso libero, veramente informato e valido.

Anna Fusina

Fonte: vitanascente.blogspot.it/

martedì 2 dicembre 2014

L'angelo di Rio: una donna salva 3.000 bambini dall'aborto

Ex insegnante va nelle favelas per aiutare le donne incinte a scegliere la vita e a costruire un futuro

 WEB-Doris-Hipolito-Courtesy-Image




Carrie Gress, Ph.D.


Mentre Rio de Janeiro è al centro dell'attenzione mondiale per aver ospitato la Giornata Mondiale della Gioventù e la Coppa del Mondo di calcio e perché vi si svolgeranno le Olimpiadi estive del 2016, una donna ha salvato in silenzio più di 3.000 bambini che avrebbero dovuto essere abortiti nelle sue favelas più povere.

È iniziato tutto in modo semplice. 23 anni fa, Doris Hipólito aveva una vita confortevole come insegnante di storia e geografia e consulente scolastica a Rio de Janeiro. Il direttore della sua scuola le ha chiesto di aiutare alcune delle allieve che soffrivano per le conseguenze dell'aborto. La Hipólito ha riunito materiali pro-vita per aiutare le ragazze e li ha distribuiti anche ai membri della sua parrocchia. Ha poi sentito la necessità di iniziare a recitare il rosario in una piazza pubblica il 13 di ogni mese, distribuendo opuscoli pro-vita. Con il sostegno del vescovo Werner Siebembrok e della Legione di Maria, il piccolo gruppo che si era raccolto intorno alla Hipólito ha iniziato ad assistere nelle favelas di Rio le donne che pensavano di non avere alternative all'aborto.

Anche se in Brasile l'aborto è illegale nella maggior parte dei casi, ci sono comunque “cliniche” in cui vengono effettuati illegalmente aborti a Baixada Fluminense, una zona socialmente abbandonata di Rio con 3 milioni di abitanti. Meno clinica e più “casa spirituale” - qualcosa di simile al voodoo –, molti dei bambini abortiti vengono dati da mangiare a cani e serpenti.

La Hipólito si mette alle porte di queste “cliniche” cercando di convincere le mamme – molte delle quali sono tossicodipendenti e/o subiscono forti pressioni esterne per abortire – a tenere i loro figli, offrendo sostegno per portare avanti la gravidanza e dare una svolta alla propria vita.

Otto anni fa, la Hipólito ha compiuto con il sostegno della sua famiglia il passo coraggioso di abbandonare il proprio impiego e lavorare a tempo pieno per queste donne disperate. Nel 2007 ha incontrato una senzatetto incinta che viveva sotto un cavalcavia ed era fisicamente e mentalmente disabile. La Hipólito ha affittato una piccola casa per prendersi cura di lei. Poi è arrivata un'altra donna incinta bisognosa, e poi un'altra, e un'altra ancora. Alla fine la Hipólito ha istituito una casa “formale”: Casa de Amparo Pró-Vida (Casa della Difesa Pro-Vita).

Oltre a fornire un luogo sicuro a queste donne e ai loro bambini, la Hipólito ha aiutato a istituire centri pro-vita nelle chiese locali perché le donne in gravidanza possano ricevere assistenza. Attraverso questi centri e la Casa della Difesa Pro-Vita, una donna incinta può avere accesso a formazione professionale, assistenza sanitaria e lavoro per poter vivere degnamente e far fronte alle necessità del suo bambino.

Molte delle donne aiutate dalla Hipólito sono diventate volontarie. La figlia di una donna che aveva aiutato vent'anni fa ora opera come volontaria per altre donne.

In Brasile sta aumentando la pressione politica per legalizzare l'aborto. I gruppi femministi lavorano per far fallire il lavoro di Doris Hipólito, che ha ricevuto telefonate di minaccia e perfino minacce di morte. Una donna, un procuratore locale, è andata a ispezionare la Casa, e vedendo le foto dei bambini che sono stati salvati dall'aborto ha esclamato: “Questa Casa non avrebbe mai dovuto esistere!”

Oggi la Hipólito e la sua famiglia si affidano alla Provvidenza per far fronte alle proprie necessità e a quelle di tutti coloro che vengono assistiti nella Casa. La ex insegnante spera di ampliare la Casa e le è già stato donato il terreno per farlo, ma il progetto è in fase di stallo per la mancanza di fondi. Solo quest'anno, 160 bambini sono stati salvati dagli aborti illegali.

Malgrado le difficoltà, Doris Hipólito resta a galla grazie alla speranza che vede nei volti dei bambini che le sorridono dalla parete, e quando le cose diventano molto complicate dice a se stessa: “Il potente può darmi potere, ma i bambini possono darmi il Paradiso”.

Per ulteriori informazioni su Doris Hipólito o per aiutare la sua opera, http://www.gofundme.com/hub754
.


[Traduzione dall'inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]
sources: ALETEIA

 

domenica 30 novembre 2014

"Per mia figlia e mia moglie" di  Razvan Valentin Calinescu



mercoledì 26 novembre 2014

Dad With No Arms


L'aborto è on line con le pillole ammazza bimbi

di Tommaso Scandroglio 

La pillola Ru486
«Hai una gravidanza indesiderata? Questo servizio di aborto farmacologico on line aiuta le donne ad avere accesso all’aborto sicuro, tramite pillola, al fine di ridurre il numero di morti causate invece dall’aborto non sicuro». Questa è la presentazione sull’home page di Women on Web un sito che offre alle donne di quei Paesi in cui non è possibile accedere all’aborto chimico, realizzato tramite pilloline varie, la possibilità di ricevere a casa le pasticche necessarie per l’aborto fai da te. Tu ordini on line e loro spediscono in tutto il mondo. Da Amazon ad Ammazzo(n). Accanto alla frase di presentazione troviamo qualche decina di foto di donne sorridenti incorniciate dalla scritta «Io ho abortito!». Clicchi sulle foto e ognuna di loro ti racconta la propria esperienza dolorosa e il percorso che l’ha portata a scegliere l’aborto chimico. Una sorta di Facebook abortivo.
Il “servizio” è aperto solo alle donne che hanno una gravidanza non oltre la nona settimana. A tal proposito Rebecca Gomperts, la responsabile del sito, spiega in un’intervista a Vanity Fair (l’aborto fai da te alla fine è pure glamour): «procedendo nella gravidanza, il feto si struttura, l’aborto diventa più complicato da gestire in ambiente domestico, senza considerare che può essere scioccante abortire un feto che comincia ad avere sembianze di bambino». Guardare in faccia tuo figlio appena abortito, in effetti, questo sì che è poco glamour. Meglio evitare. Vi sono altre condizioni per ricevere le pillole abortive. Le donne devono vivere in un Paese in cui «l’accesso all’aborto subisce restrizioni» (quindi potenzialmente tutti i Paesi) e non devono essere affette da gravi malattie. La donna deve poi rispondere a 25 domande, una specie di test abortivo. E se mentono? «Non chiediamo nessun esame, nessuna ecografia», spiega la Gomperts, «se una donna ci dice di essere incinta da cinque settimane le crediamo e basta. Come possiamo sapere se è vero? Non abbiamo modo». Siamo all’autocertificazione abortiva, l’esito estremo del principio di autodeterminazione della donna. Infine, dietro il versamento di 90 euro – tanto poco costa la vita di un bambino – ecco che si può procedere alla spedizione del pacco della morte.
«Noi non intendiamo sostituirci al sistema sanitario», tiene a precisare la Gomperts, «semplicemente coprire un buco in quei posti in cui le donne non possono esercitare i loro diritti. Lo facciamo spiegando loro che se assumono una combinazione di due farmaci – il misoprostolo, un gastroprotettore che fa contrarre l’utero, e il mifepristone (meglio noto come RU486) – possono indurre, a casa e in sicurezza, un aborto spontaneo». Come un aborto spontaneo? Se io sparo a una persona forse che gli procuro una morte spontanea? In secondo luogo la dottoressa Gomperts ignora, o forse vuole ignorare, che l’aborto con la RU486, studi alla mano, è ben più pericoloso per la salute psicofisica della donna che l’aborto chirurgico. Aspetto questo comunque marginale dato che il primo come il secondo è sempre ugualmente letale per il bambino
La dottoressa Gomperts prosegue poi il discorso puntellandosi a questa falsa equazione che vedrebbe l’aborto spontaneo essere identico sul piano morale a quello procurato: «Il 20 per cento delle gravidanze si conclude con un aborto spontaneo nel primo trimestre. […] Con l’aborto farmacologico è la stessa cosa: le pillole fanno espellere l’embrione». La dottoressa dà prova inoltre di essere forte in logica applicata: «Le donne non vogliono abortire, semplicemente non vogliono aspettare un figlio». É’ come dire che chi ha problemi con il Fisco per via delle tasse non è che vuole evadere, vuole solo non pagare le tasse. Lo strumento delle pilloline abortive è un grimaldello efficace per farla in barba alla legge. Nessuno, infatti, saprà che la donna avrà ricevuto le pillole illegali e quand’anche ci fossero complicanze che richiedessero l’intervento di un medico o il ricovero sarà impossibile che qualcuno scopra come sono andate veramente le cose: «i medici non potranno sapere se l’aborto è spontaneo o provocato, e la donna non rischierà nulla», ci tranquillizza la dottoressa Gomperts.
Quest’ultima comprese di avere una vera e propria vocazione all’aborto quando fece la volontaria su una nave di Greenpeace dove ebbe modo di incontrare donne di tutto il mondo che, a suo dire, non potevano abortire nei loro Paesi. Da qui l’idea di avere una nave Greenpeace che solcasse i mari di mezzo mondo non per impedire di uccidere i cuccioli di foca, ma per facilitare l’uccisione di quelli d’uomo. E così nacque girava il: prendi una nave che batte bandiera olandese, vai in quei Paesi dove non si può abortire, tieniti in acque internazionali e accogli sul pontile della nave, che è suolo olandese, quelle donne che vogliono sbarazzarsi del loro figlio. Una baleniera a caccia di bambini che per fiocina usa un aspiratore Karman. E dunque ora la Gomperts con il sito Women on Web ha semplicemente deciso di non navigare più in mare aperto ma in internet, certa che la sua pesca turpe e illegale sarà sempre abbondante.

Fonte: lanuovabq.it

martedì 25 novembre 2014

Pillola dei 5 giorni dopo e abortività. Cronaca di un falso ideologico.

ulipristal-acetat

L’EMA (European Medicine Agency) raccomanda la vendita della pillola dei 5 giorni dopo senza ricetta medica.

Si tratta di una scelta ingiustificata e spieghiamo perché.


L’Agenzia europea dei farmaci (Ema) si è pronunciata favorevolmente sulla possibilità di rendere disponibile il contraccettivo di emergenza a base di ulipristal – meglio noto come la pillola efficace fino a cinque giorni dopo – senza il bisogno della ricetta. Il farmaco sarebbe così disponibile direttamente in farmacia senza obbligo di prescrizione da parte del medico e la decisione dovrebbe essere applicata in tutti gli stati membri europei nel 2015. L’annuncio è pubblicato sul sito dell’Ema
Con queste parole il Corriere della Sera ha pubblicato il 21 Novembre 2014 la notizia del pronunciamento dell’Ema riguardo la regolamentazione della vendita di farmaci a base di ulipristal noti come “pillola dei 5 giorni dopo”. Anche Repubblica se ne è occupata, ecco alcune informazioni riportate:
“L’Italia è a oggi l’unico Paese del vecchio continente dove per ottenere il farmaco è necessaria sia la prescrizione medica, che l’effettuazione di un test di gravidanza che risulti negativo. “
Sono precisazioni importanti, la richiesta di un test di gravidanza che risulti negativo è infatti centrale per capire dove sia l’errore nella presa di posizione dell’Ema.
La richiesta di rendere disponibile la pillola dei cinque giorni dopo senza obbligo di ricetta, si basa infatti sulla sua inclusione nella categoria dei contraccettivi e più in generale di quei farmaci che non comportano rischi se assunti in modo inappropriato, come chiaramente indicato sul sito dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco):
Medicinali soggetti a prescrizione medica:
Sono quei farmaci che per alcune caratteristiche o per la modalità d’impiego potrebbero comportare dei rischi se usati in modo inappropriato. Sono venduti in farmacia e sono facilmente riconoscibili poiché riportano sulla confezione esterna la frase: «Da vendersi dietro presentazione di ricetta medica».
Il “modo inappropriato” nel caso dell’ulipristal sarebbe il caso in cui anziché prevenire l’ovulazione il farmaco venisse assunto a fecondazione avvenuta e impedisse l’impianto dell’embrione divenendo così da anticoncezionale ad abortivo. Il meccanismo d’azione anticoncezionale dell’ulipristal si basa infatti sullo spostamento di circa 5 giorni del momento dell’ovulazione in modo da non farla coincidere con la possibilità di fecondazione, come mostrato sul sito della casa produttrice del farmaco EllaOne:
MOA Figure 1
Ma come invece affermato nel report dell’Ema sull’ulipristal (Procedure No. EMEA/H/C/001027), il farmaco agisce anche impedendo l’impianto dell’embrione nell’utero, fatto che rende la molecola un abortivo in caso di fecondazione avvenuta.
ema ulipristal
Ecco quindi spiegata la richiesta di un test di gravidanza negativo per poter somministrare la pillola dei 5 giorni dopo, una richiesta indispensabile per stabilire se il prodotto verrà assunto come anticoncezionale o come abortivo. La potenzialità abortiva dell’ulipristal rende evidentemente la richiesta di eliminare la prescrizione medica del tutto inaccoglibile e quindi il pronunciamento dell’Ema appare in tutta la sua evidente infondatezza.
Ma ecco che in modo analogo a quanto avvenuto nel caso del Norlevo, la pillola del giorno dopo, anche per l’ulipristal è stato modificato il foglietto illustrativo eliminando il riferimento alle capacità abortive. Ma perché solo adesso si è resa necessaria questa modifica? La risposta sta nel fatto che fino al 2011 l’effetto abortivo delle pillole del giorno dopo e dei 5 giorni dopo era mascherato ricorrendo al concetto del tutto inventato di pre-embrione, un concetto che negando lo status di embrione al prodotto del concepimento negava anche l’avvenuto aborto. Ma a cambiare questo stato di cose è intervenuta proprio a fine 2011 una sentenza della Corte di giustizia europea che ha stabilito l’inesistenza di un’entità chiamata pre-embrione:
Chiamata ad esprimersi sulla brevettabilità di procedimenti che utilizzano cellule staminali estratte da embrioni umani, la Corte di giustizia europea è andata oltre. E ha emesso una sentenza allargata alla «nozione di embrione umano che deve essere intesa in senso ampio». Dunque è vita nascente anche l’ ovulo fecondato. (Corriere della Sera 19 Ottobre 2011)
L’effetto abortivo dei farmaci levonorgestrel e ulipristal è stato dunque inizialmente negato ricorrendo al concetto di comodo di pre-embrione, poi una volta che la Corte di giustizia europea ha impedito questo stratagemma si proceduto ad ignorare del tutto l’effetto abortivo segnalando solo quello anticoncezionale. Questo è il modo di procedere dell’Ema?
Si tratta di una decisione che non solo è scorretta dal punto di vista dei regolamenti sui farmaci ma anche lesiva della stessa possibilità di scelta da parte delle donne alle quali verrebbe proposto un semplice anticoncezionale mettendole nella condizione di non sapere che potrebbero andare incontro ad un aborto.
In base a considerazioni di ordine scientifico e legale il pronunciamento dell’Ema è quindi da non tenere in alcun conto da parte dell’AIFA, e qualora esso venisse invece accolto si aprirebbero degli spazi per un’azione legale per la contestazione del reato di falso ideologico contro un tale provvedimento.

Fonte: www.enzopennetta.it