giovedì 28 agosto 2014

Giorgia – Testimonial CoorDown



Pubblicato il 11/ott/2012
 
"Quando ho trovato un lavoro, più che per me sono stata felice per i miei genitori che mi hanno cresciuta. Io ho raggiunto il mio obiettivo ma spero che anche le mie amiche possano lavorare ed essere pagate".
Giorgia è una degli otto protagonisti dei video-racconti realizzati dal CoorDown in occasione della Giornata Nazionale delle persone con sindrome di Down del 14 ottobre 2012.
L'integrazione lavorativa delle persone con sindrome di Down non solo è possibile ma in molti casi è già una realtà.

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Nel contesto giusto, gli assistiti diventano contribuenti

Carlo Hanau, docente universitario di Programmazione dei Servizi Sociali e Sanitari, prende spunto dalla recente censura in Francia di un noto spot informativo sulla sindrome di Down, per proporre alcune riflessioni dal taglio economico e sociale, su come i costi per l’educazione di un bimbo con grave disabilità consentano poi di raggiungere mete di autonomia per tutta la vita e anche risparmi enormi sul fronte dell’assistenza
Persona con sindrome di Down timbra il cartellino

Rispetto a quanto scritto su queste stesse pagine da Marco Piazza, sull’intervento del Consiglio Superiore per l’Audiovisivo (CSA) francese nei confronti di alcuni canali televisivi che avevano trasmesso lo spot Dear Future Mom, progettato in Italia dal CoorDown (Coordinamento Nazionale Associazioni delle Persone con Sindrome di Down), come docente di Programmazione dei Servizi Sociali e Sanitari mi sento di affermare innanzitutto che il diritto all’informazione è comunque da privilegiare, in quanto le scelte – ancor più nel campo sanitario – devono essere fatte dopo un’informazione esaustiva e corretta.
Molte persone, infatti, hanno una conoscenza della problematica della sindrome di Down (trisomia 21) che risale all’epoca in cui la vita media di chi ne era affetto era molto corta e le carenze di educazione erano tali, per cui si poteva dubitare che quella vita valesse la pena di essere vissuta. Oggi si sono fatti grandi passi avanti nella quantità e nella qualità della vita di queste persone.
Dal canto loro, poi, gli operatori del Servizio Sanitario Nazionale danno spesso una visione troppo pessimistica della vita delle persone con questa sindrome e anche di altre sindromi più rare. Al contrario, le assistenti sociali addette alle procedure di adozione tendono alla sottovalutazione, quando non anche a negare l’evidenza, della disabilità dell’adottando. Una ragione economica potrebbe essere l’ingente spesa sanitaria che un bimbo con sindrome di Down impone al Servizio Sanitario Nazionale. L’altra ragione potrebbe essere il tentativo di scaricare su una famiglia le spese del servizio sociale pubblico.
A tal proposito vorrei qui segnalare che in Emilia Romagna vi è da una decina d’anni una Direttiva che prescrive come la prima comunicazione della diagnosi venga effettuata ai genitori “nuovi”, avvalendosi della consulenza gratuita di genitori “senior”, appartenenti cioè a un’Associazione qualificata (già più di vent’anni fa l’ANFFAS di Bologna, l’Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Relazionale e/o Intellettiva, proponeva questo servizio come prassi). Ovviamente questa regola vale se i genitori nuovi accettano la proposta.
Si tratta di un adattamento italiano del cosiddetto Parent to Parent, formula USA, dove appunto i genitori senior vengono addirittura pagati per questi servizi di informazione, che si prolungano per la vita. Da noi ci sono da decenni le Associazioni, come la citata ANFFAS, e si costituiscono anche – gratis – gruppi di auto mutuo aiuto.
Purtroppo, da qualche anno, l’Azienda USL di Bologna non convoca più i genitori dell’ANFFAS – e neppure quelli dell’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici) -, probabilmente ritenendo che un’informazione esatta sui diritti di questi figli e di queste famiglie generi domande legittime, ma difficilmente sostenibili, in questi tempi di risparmio selvaggio. Infatti, ai bambini con grave disabilità si cerca di dare il meno possibile: ad esempio l’indennità di frequenza (poco meno di 280 euro al mese), anziché quella di accompagnamento, che vale quasi il doppio (poco più di 500 euro al mese).
Come economista, devo ricordare che l’educazione di un bambino con disabilità grave costa più di 30.000 euro all’anno fin dalla scuola dell’infanzia, ma che tale educazione intensiva consente di raggiungere mete di autonomia per tutta la vita, le quali frutteranno una vita migliore e risparmi enormi per l’assistenza degli adulti e del cosiddetto “dopo di noi” che – nel caso peggiore, di sindrome di Down con comportamento autistico – può arrivare a 3 milioni di euro per una vita.
Oggi l’educazione speciale e una migliore tolleranza da parte della società consentono a queste persone di passare da assistite a contribuenti, se vengono inserite in un contesto lavorativo adeguato. E anche il tirocinio lavorativo può essere utilizzato dalle persone con trisomia 21. Nella Regione Emilia Romagna, ad esempio, la Legge sui tirocini del 2013 [Legge Regionale Emilia Romagna 7/13, N.d.R.] e i relativi Regolamenti del settembre successivo, che l’economista assessore Patrizio Bianchi ha fatto approvare con il consenso delle Federazioni FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità) e FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), permettono l’uso dell’istituto del tirocinio anche per queste persone, senza gravare sulle imprese che danno loro accoglienza.

* Docente di Programmazione dei Servizi Sociali e Sanitari all’Università di Modena e Reggio Emilia.

Fonte: superando.it


sabato 23 agosto 2014

Sindrome di Down, realtà e follie - Il pregiudizio dei perfettisti


di Enrico Negrotti

La nascita di un figlio con la sindrome di Down non lascia indifferenti. Mia moglie e io lo sappiamo bene. Nella maggior parte dei casi i neogenitori, frastornati, si interrogano su quale sarà il futuro del bimbo in cui avevano riposto tante speranze. Parenti e amici sono spesso in difficoltà nell’esprimere le proprie felicitazioni. Qualcuno giunge a condolersi della disgrazia che è loro capitata, qualcun altro li tratta addirittura da incoscienti o irresponsabili per non avere provveduto per tempo a "evitare" un simile evento.

La mentalità corrente infatti, almeno nel cosiddetto mondo sviluppato, guarda con malcelato favore all’aborto cosiddetto "terapeutico" (anche se di cura non c’è traccia). Il biologo inglese Richard Dawkins, assertore dell’incompatibilità tra scienza e fede nonché teorico dell’egoismo come molla dello sviluppo umano, che invita a non far nascere le persone con sindrome di Down, quindi, giunge ultimo di una serie piuttosto lunga di persone (anche qualificate dal punto di vista scientifico), che sembrano non voler accettare l’imprevedibilità della vita e la necessità di affrontarla al meglio, con le proprie forze e l’aiuto solidale della famiglia umana, senza discriminazioni. Certamente, ai neogenitori di cui sopra, il figlio con sindrome di Down riserverà alcune fatiche in più, inutile negarlo.

Il ritardo mentale è una condizione che può spaventare, ma che non "esaurisce" la persona umana: ogni genitore di questi bambini (ma poi ragazzi e infine adulti) può testimoniare che sul piano emotivo non hanno alcuna carenza. Il che non significa che sono tutti "affettuosi" (stereotipo da cui bisognerebbe uscire), ma che provano le stesse sensazioni e hanno le stesse aspirazioni dei loro coetanei. E sono in grado di offrire le stesse soddisfazioni, nel vederli crescere, che i genitori sperimentano nei figli "a sviluppo tipico". L’ambiente familiare è forse la realtà che più trae benefici veri e percepibili dalla presenza di una persona con disabilità: si impara a confrontarsi con il limite, con la fragilità che ci caratterizza, chi più chi meno. Si diventa più facilmente tutti - e specialmente i fratelli - tolleranti, capaci di prestare aiuto e "inclusivi". In una parola la società ha molto da guadagnare dalla presenza di persone disabili. Questi però sono ancora vantaggi degli "altri".

Ma le persone con sindrome di Down che tipo di vita conducono? Sono contenti di sé? Se prescindiamo dalle "nostre" paure, e cerchiamo di ascoltarli senza pregiudizi, le loro testimonianze abbondano e vanno in un’unica direzione, come conferma la campagna pubblicitaria "#Dearfuturemom" realizzata dal CoorDown in occasione della giornata mondiale dedicata alla sindrome di Down (campagna bellissima ma, come si ricorderà, censurata in Francia in nome del "politicamente corretto" abortista). Non nascondendo le difficoltà che hanno affrontato, sono i ragazzi stessi - perlopiù giovani adulti - a documentare che hanno una vita piena, in cui la ricerca della felicità non li differenzia in nulla dai loro simili con un diverso numero di cromosomi. Pur senza citare mai l’aborto, il messaggio della campagna vuole incoraggiare chi è sull’orlo di una decisione irreparabile a guardare in modo positivo al figlio che deve nascere. Un approccio che tuttavia ha urtato la sensibilità di chi vuole diritti a senso unico, e sempre a vantaggio del più forte.

La mentalità "selettiva" e "perfettista", ormai piuttosto diffusa in particolar modo (ma non solo) in Occidente, dimentica che l’eliminazione di chi non rientra in canoni predeterminati - già teorizzata oltre 70 anni fa nel suo esempio più tristemente famoso - porta all’ecatombe. E proprio da questa mentalità la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo voleva prendere le distanze, muovendosi su un piano non religioso, ma razionale. Le notizie ricorrenti su giovani con sindrome di Down che studiano, si laureano o trovano lavoro non sono chimere: con le attenzioni e le cure (non solo mediche) oggi disponibili, queste persone possono trovare il loro posto nella società. E soprattutto la migliorano.

Fonte: avvenire.it

giovedì 21 agosto 2014

"Ogni feto è meno umano di un maiale adulto". Così lo scienziato insulta la vita

Il noto biologo ateo Richard Dawkins si sfoga su Twitter in una serie di volgari proclami pro-aborto, nei quali prende di mira i bambini non nati con sindrome di Down

 

di Federico Cenci 

 

E' bastata la riflessione di una persona in merito alla gravidanza di un bambino con sindrome di Down per scatenare in Richard Dawkins, famoso come biologo e per le sue battaglie contro la religione cattolica, una brutale disinvoltura dialettica sul tema dell’aborto. La persona, una donna, su Twitter ha confidato allo scienziato inglese che vivrebbe un “dilemma etico” se scoprisse che il piccolo che porta in grembo è affetto da trisomia 21. Senza che richiedesse esplicitamente al biologo un consiglio sul da farsi, la potenziale madre si è vista rivolgere da Dawkins una sua massima, piuttosto perentoria e priva di ogni cautela, in merito alla questione: “Proceda all’aborto e riprovi di nuovo. Sarebbe immorale portarlo al mondo se si ha la possibilità di non farlo”. 

Un aspro “ritenta, sarai più fortunata” che ha scatenato un vespaio di polemiche nel mezzo delle quali è emerso l’imbarazzo di coloro che solitamente sostengono Dawkins. Sulla sua pagina Twitter sono seguiti una serie di commenti critici che, tuttavia, non hanno dissuaso il noto scienziato dal perseverare nella sua crociata a favore dell’aborto. A un giorno di distanza dal tweet della discordia, Dawkins ha rincarato la dose scrivendo: “Se fossi una donna con un feto affetto da sindrome di Down abortirei. Se no, buona fortuna a voi, è la vostra decisione”. Poco dopo, è seguita questa precisazione: “Ovviamente non sono io a dire a una donna cosa fare”.

Precisazione che non è servita affatto a stemperare le polemiche. Del resto, se davvero non era sua intenzione “dire a una donna cosa fare”, si sarebbe dovuto risparmiare quel commento che ha tutti i crismi del “vaticinio laico” ex cathedra. A chi ha dunque chiesto delle scuse per quelle parole, Dawkins ha mostrato tutto il suo orgoglio con il seguente commento: “In nessun momento ho pensato che debba chiedere scusa per aver risposto a domande legate alla morale e alla filosofia in modo razionale. C’è un altro posto in cui parlare di emozioni e non è questo”.
Parole dure, che sferzano come una sciabola l’intima esperienza di una donna pronta a generare vita. Non sono mancate le proteste delle associazioni che si occupano di assistenza nei confronti di bambini Down e delle loro famiglie. Testimonianze che per ora non sembrano però scalfire la supponenza senza riguardo dell’autore di saggi intrisi di darwinismo e dall’eloquente titolo come L’illusione di Dio e Il gene egoista.
Dawkins non è nuovo a uscite “a gamba tesa” su temi etici, specialmente su quelli inerenti la procreazione e lo sviluppo del bambino nel grembo materno. Poco prima dell’intervento della donna sulla questione relativa alla gravidanza di un piccolo con sindrome di Down, lo scienziato inglese aveva già avuto modo di manifestare il suo punto di vista via Twitter nello stile che gli è proprio. Era intervenuto in merito alla legge sull’aborto in Irlanda, giudicata restrittiva dai fautori delle interruzioni di gravidanza.
Secondo Dawkins, i motivi che non consentono all’Irlanda di “aprirsi” a un aborto più libero sono dovuti all’influenza che la religione cattolica esercita sull’isola da secoli, segregandola in una condizione di oscurantismo. L’opinione dello scienziato è che la Chiesa cattolica preferisce “la barbarie medievale all’aborto moderno”. Barbarie che tuttavia, ad opinione diffusa, si riscontra più negli interventi duri di Dawkins che non nelle battaglie a favore della vita condotte da esponenti della Chiesa ma non solo. Per comprendere il livello delle sue dichiarazioni basterebbe condurre una ricerca tra i testi dei suoi libri.
Se ne evince il carattere irruento in passaggi nei quali, per esempio, si dichiara un sostenitore dell’infanticidio nei confronti di neonati disabili. “Moralmente non vedo obiezioni”, il parere del biologo. Oppure, a proposito di bambini non ancora nati, nella dichiarazione secondo cui “un feto è meno umano di un maiale adulto”. Punti di vista. Di solito, le persone che hanno un minimo di sensibilità riscontrano più tenerezza nel pancione di una donna che nel grugnito di un suino.

Fonte: zenit.org

I quattro problemi della fecondazione eterologa

di Franco Olearo



La Corte Costituzionale, con sentenza del 9 aprile 2014, ha dichiarato incostituzionale il divieto di ricorrere alla fecondazione eterologa per le coppie sterili, perché, come dice la sentenza, la scelta di “diventare genitori e di formare una famiglia che abbia anche dei figli costituisce espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi”.
 Vicende come questa mostrano l’esistenza di vuoti legislativi in difesa dei più deboli. In questo momento storico, infatti, manca qualsiasi forma di protezione dei diritti del nascituro. La possibilità di potere ricorrere alla fecondazione eterologa determinerà profonde ferite nel tessuto sociale.
Ne abbiamo individuate quattro:


1-Viola i  diritti del nascituro
E’ l’aspetto più evidente, già sottolineato dal segretario della Cei Nunzio Galantino: “una sentenza che non garantisce i più deboli”. La fecondazione eterologa di fatto “fabbrica artificialmente” un orfano, di padre o di madre a seconda dei casi. Non si tratta dell’orfano che per un ingrato destino si trova senza di uno o entrambi i genitori e verso il quale è ammirabile qualsiasi gesto di solidarietà: si tratta di un ragazzo/a che è stato volontariamente privato dei rapporti con il suo vero padre (o madre). Un ragazzo che si domanderà sempre come sarebbe vissuto se fosse stato educato dal suo vero padre, con il quale avrebbe, ad esempio, potuto condividere quella vocazione musicale (o atletica o altro) verso la quale si sente particolarmente portato e che non trova riscontro nel genitore adottivo.
Un concepito che si trova nel grembo materno non è un semplice ammasso di tessuti; è già un essere umano completo di tutte quelle caratteristiche, doti, inclinazioni che gli sono state dai suoi genitori biologici; ha solo bisogno di venir alimentato da sua madre per crescere e svilupparsi.

2- Crea squilibrio all’interno della coppia
Nel caso di coppie sterili, il gesto più bello e generoso che essi possano fare è quello di allevare un orfano. Si tratta di un gesto che possiamo definire “simmetrico” perché entrambi i coniugi si trovano ad accogliere questo bambino: un impegno che li consolida nella loro unione. Al contrario il ricorso alla fecondazione eterologa è un atto profondamente asimmetrico: se l’infertilità è dell’uomo, la donna potrà avere dalla fecondazione eterologa piena soddisfazione per il suo istinto materno, mentre il marito si troverà nell’incomoda situazione di esser coinvolto all’interno di uno strano “menage a trois”. Il film americano “Provetta d’amore” (The babymakers) uscito nelle sale a luglio 2014, sviluppa una satira particolarmente mordace nei confronti della fecondazione eterologa: un amico della coppia sterile, venuto a conoscenza dei loro problemi, propone loro di evitare il fastidioso procedimento della fecondazione artificiale e si offre quindi come donatore “naturale”, unendosi alla donna nel modo più classico. Al di là delle buone intenzioni e della generosità dei coniugi, la fecondazione eterologa è un atto divisivo della coppia e oggettivamente egoistico nella sua ricerca di una soluzione unilaterale al problema dell’infertilità.

 3-Viola una volontà popolare chiaramente espressa
Il referendum abrogativo del giugno 2005 sulla legge 40 conteneva espressamente un quesito sulla fecondazione eterologa. Se sommiamo le persone che non si sono presentate alle urne a quelle che hanno votato no all’abrogazione di questo punto, possiamo concludere che il il 79,9% degli italiani iscritti a votare si è manifestata contraria alla fecondazione eterologa. La Corte Costituzionale (indiscrezioni parlano di un solo voto di scarto) ha considerato illegittima questa chiara espressione della volontà popolare. Al di là di cosa prescrive l’ordinamento giuridico italiano, è lecito domandarsi cosa ha più significato: una sentenza dei 13 magistrati della Corte Costituzionale o la volontà democratica, soprattutto quando espressa in un modo così plebiscitario? Il lavoro dei magistrati della Corte, se ben fatto (cosa di cui non dubitiamo), è necessariamente circoscritto: debbono rivolgersi al passato per garantire che le leggi del parlamento siano coerenti con i principi espressi dalla Costituzione del 1947. Nella fattispecie della fecondazione eterologa è inevitabile il rischio di aleatorietà su una tematica che non poteva minimamente venir concepita 67 anni fa dai padri costituenti. Con i risultati del referendum del 2005 il popolo italiano si è chiaramente espresso intorno a una situazione che al contrario gli è ben presente perché contemporanea.  Chi si è espresso per il no all’eterologa ha percepito molto bene quali sono i presupposti di qualsiasi vero amore genitoriale: bisogna concepire il figlio come un totalmente altro-da-se, degno della massima dignità e rispetto, che non può in alcun modo essere manipolato per diventare un mezzo che soddisfare la propria aspirazione alla genitorialità.  Occorre ben riflettere, in questa come in analoghe situazioni future, se sia opportuno che la volontà espressa da un voto popolare, soprattutto quando raggiunge questi livelli di consenso, debba risultare vincolante anche nei confronti della magistratura

4- Determina un cambiamento di atteggiamento: dalla procreazione all’acquisto
La scelta del seme del donatore è una delle attività da compiere per attuare la fecondazione eterologa. Si sta discutendo in questo momento su come  limitare tale scelta (fino  a che punto e fino a quando il donatore dovrà restare segreto?) e contenere le speculazioni su questo business nascente (solo donazioni gratuite? Ma se è lecito il rimborso spese, ci saranno mille modi per aggirare l’ostacolo). Anche se si cercherà di porre un argine a questo fenomeno è facile ipotizzare nei prossimi anni una spinta verso una sempre maggiore liberalizzazione. Sappiamo, da quanto accade in altri paesi, che la scelta del donatore è diventata una vera procedura di acquisto con tanto  di cataloghi fotografici per scegliere la più bella o il più prestante. Nel serial televisivo americano “Brothers & Sisters” due giovani che stanno insieme da tempo si ritrovano una sera nella casa di lei quando lui scopre nel frigo la presenza di un contenitore di sperma. La donna gli manifesta chiaramente le sue intenzioni: non vuole un figlio da lui ma ha comprato a caro prezzo il seme di un famoso atleta perché desidera assolutamente avere, tramite inseminazione artificiale, quello che ha sempre desiderato: un figlio  che possa diventare un campione sportivo. La paternità e la maternità sono sempre state un servizio, quasi sempre non facile, di donazione totale e incondizionata. Come sarà possibile conservare questo atteggiamento quando si sarà cercato di acquistare il “meglio” e  questo “meglio” poi non si manifesta?

Conclusione
La fecondazione eterologa determinerà gravi ingiustizie nei confronti dei nascituri e sta mettendo a nudo pesanti deficienze legislative: se si considera che in Italia non è consentita  la soppressione dei cani randagi, perché ciò è ritenuto indegno di una civiltà evoluta, dobbiamo concludere che oggi, in assenza di leggi che definiscano i diritti dei nascituri, un cane randagio ha maggiori tutele di un essere umano.


Fonte: documentazione.info

Fumare in gravidanza aumenta il rischio di ADHD nei bambini

I bambini nati da donne che hanno fumato durante la gravidanza sembrano avere un rischio maggiore di sviluppare Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, o ADHD.*
Questo è ciò che afferma uno studio recente che aggiunge che anche i cerotti o le gomme alla nicotina potrebbero portare gli stessi effetti sui bambini, ed essere quindi dannosi in gravidanza.
Da molti anni o ricercatori stanno valutando i danni da fumo in gravidanza. Le sigarette si sono dimostrate causa di  aborti spontanei, complicazioni in gravidanza, parti prematuri, basso peso alla nascita e addirittura obesità a lungo termine nel bambino.
Non è ancora ben chiaro come il fumo e l’uso di nicotina nelle donne incinte possa influenzare il cervello dei feti in via di sviluppo. I ricercatori ipotizzano che la nicotina possa causare anomalie nel cervello. Anche altri prodotti del fumo di sigaretta, come il monossido di carbonio, potrebbero influenzare lo sviluppo cerebrale nel feto.


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E’ anche vero che ci possono essere altri fattori legati all’associazione tra fumo in gravidanza e ADHD.
Si ipotizza infatti che l’ADHD possa essere un disturbo ereditario e che le persone con ADHD siano più portare a fumare rispetto ad altre. Pertanto è anche possibile che la presenza di ADHD nel bambino non sia direttamente legata al fumo in gravidanza ma causata invece da un questione genetica o a influenze ambientali e sociali.
Nello studio pubblicato recentemente sulla autorevole rivista Pediatrics , i ricercatori hanno esaminato le cartelle cliniche di quasi 85.000 bambini nati in Danimarca da madri reclutate nello studio tra il 1996 e il 2002.
Sono stati trovati sintomi di ADHD  in poco più di 2.000 bambini. Le percentuali erano più basse in bambini nati da genitori non fumatori (1,8 %) e nelle famiglie in cui la mamma aveva smesso di fumare e il papà non era fumatore (2%). Le percentuali di bambini con ADHD aumentavano in famiglie in cui entrambi i genitori fumavano (4.2 %).
Nelle famiglie in cui i papà non fumavano,  i tassi di ADHD erano più alti in quelle in cui le mamme in gravidanza erano in terapia sostitutiva con nicotina (3,8 %) o erano fumatrici (3,4 %). Nelle famiglie in cui il padre fumava e la madre era in terapia sostitutiva con nicotina, i tassi di ADHD nei bambini erano del 2.9%.
E’ da considerare  che nello studio partecipavano solo poche donne in terapia sostitutiva con la nicotina e pertanto i risultati in tal senso non sono affidabili.
In ogni caso i risultati di questo studio,  come tutti quelli che sono stati fatti sul fumo di sigaretta in gravidanza, rappresentano ottime ragioni per smettere di fumare quando si decide di avere un bambino.
La cosa migliore da fare sarebbe quella di aver già smesso di fumare quando viene concepito il bambino. Se vi accorgete di aspettare un bambino e state ancora fumando, smettete prima possibile .
Il fumo prima della gravidanza non sembra aumentare il rischio di ADHD nel bambino non ancora nato.
*ADHD  è un disturbo evolutivo dell’autocontrollo. Esso include difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e del livello di attività. Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente. E’ bene precisare che l’ADHD non è una normale fase di crescita che ogni bambino deve superare, non è nemmeno il risultato di una disciplina educativa inefficace, e tanto meno non è un problema dovuto alla «cattiveria» del bambino. (@http://www.aidaiassociazione.com/)

Riferimenti:
Jin Liang Zhu, Jørn Olsen, Zeyan Liew, Jiong Li, Janni Niclasen and Carsten Obel  Parental Smoking During Pregnancy and ADHD in Children: The Danish  National Birth Cohort Pediatrics DOI: 10.1542/peds.2014-0213

Fonte: periodofertile.it