giovedì 2 ottobre 2014

Utero in affitto, schiavismo moderno

In nome del "diritto al figlio" di ricchi occidentali, donne povere affittano il proprio utero accettando condizioni contrattuali umilianti, che prevedono anche l'aborto selettivo

 

Roma, (Zenit.org) Federico Cenci 

Il vaso di Pandora l’ha scoperchiato la vicenda del piccolo Gammy, il neonato abbandonato - in quanto affetto da sindrome di Down - da una coppia di non più giovani aspiranti genitori australiani che si erano recati in Thailandia per “commissionare” la gravidanza a una donna del posto. Storia che rappresenta soltanto la punta di un iceberg che si estende nei meandri miserabili del Terzo mondo. Donne povere e disperate lasciano per denaro che la propria dignità venga schiacciata dal “diritto al figlio" reclamato da ricchi occidentali. L’umiliazione cui si sottopongono è attestata dai contratti che regolano il loro rapporto con i committenti, i quali curano ogni minimo dettaglio affinché il proprio “diritto al figlio” sia “soddisfatto o rimborsato”. Di questo moderno fenomeno di schiavismo ce ne parla la prof.ssa Assuntina Morresi, che dal 2006 fa parte del Comitato Nazionale di Bioetica.
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Prof.ssa Morresi, può aiutarci a fare ordine tra le varie modalità di gravidanze a pagamento?
Esistono due modalità, quella “tradizionale” e quella “gestazionale”. Nella gravidanza a pagamento “tradizionale”, la donna che porta avanti la gravidanza è anche la madre genetica del nato: la donna che partorisce è cioè a tutti gli effetti la madre naturale del bambino, perché gli trasmetterà anche il proprio patrimonio genetico. Detto in altri termini, il bambino ha due madri: la prima che potremmo definire “naturale”, cioè quella che ha partecipato al suo concepimento mettendo a disposizione un proprio ovocita, e che al tempo stesso ha portato avanti la gravidanza e che lo partorirà, e la seconda madre “legale”, cioè quella che ha commissionato la gravidanza, e che si prenderà cura del bambino, crescendolo. Nella gravidanza a pagamento “gestazionale”, invece, il nascituro è stato concepito con un ovocita che non appartiene alla donna che porta avanti la gravidanza e partorisce, la quale quindi non ha legami genetici con il bambino. In questo caso il bambino può avere fino a tre madri: quella “genetica”, che ha dato il proprio ovocita; quella “gestazionale”, che ha portato avanti la gravidanza e che partorisce; quella “legale”, che ha commissionato la gravidanza e che si prenderà cura del bambino. A volte la prima e la terza – madre genetica e legale – coincidono.
Da cosa sono accomunate queste due modalità? Quali obblighi deve osservare la mamma surrogata?
Hanno in comune un contratto fra la coppia - o la persona singola, a seconda dei casi - committente, cioè quella che vuole un figlio e paga tutte le procedure necessarie per averlo mediante questi percorsi, e la donna che accetta di portare avanti la gravidanza a pagamento e di rinunciare al figlio appena nato. Dal momento in cui firma, la madre surrogata deve rispettare gli obblighi del contratto, che solitamente le indicano un preciso stile di vita a garanzia della salute del nascituro: niente fumo, alcool, droghe o farmaci al di fuori della prescrizione medica, ma anche divieto di ingrassare rispetto a un peso forma, poco caffè,  niente contatti con animali domestici, no ai dolcificanti, e così via. Se il neonato avrà qualche disabilità o malattia, sarà facile addossarne le responsabilità alla gestante, che dovrebbe restituire le somme eventualmente ricevute, e tenersi il bambino. Per garantire buone condizioni igienico sanitarie e uno stretto controllo medico, spesso le madri surrogate restano all’interno di apposite “case”, possibilmente accanto alle cliniche dove si sono sottoposte ai trattamenti che hanno procurato loro la gravidanza, e dove partoriranno. In queste dimore protette, lontano dalle loro famiglie, sono continuamente sotto controllo.
Nei contratti è previsto anche l’aborto? In quali casi? E laddove il bambino, una volta nato, abbia bisogno di essere rianimato, cosa succede?
L’aborto può essere previsto nel caso in cui la gravidanza è plurigemellare, per evitare che nascano bambini prematuri, o semplicemente perché i committenti hanno concordato un numero di bambini inferiore a quello che risulta dalle ecografie. Generalmente l’aborto è incluso nel contratto in presenza di malformazioni al feto. Per quanto riguarda la rianimazione del neonato, come in tutti i casi in cui si rende necessaria una decisione di tipo medico riguardante la gravidanza, questa spetta solamente ai committenti o, in loro assenza, al loro medico di fiducia. Se la madre surrogata si rifiuta di seguire le indicazioni date, il contratto si considera interrotto, eventuali somme ricevute dalla donna vanno restituite e il bambino rimane a suo carico.
In quali Paesi è maggiormente diffusa la pratica dell’utero in affitto?
È diffusa in due tipologie di Paesi. La prima è quella dei Paesi terzi: zone con sacche di povertà estese - per esempio alcune regioni di India, Thailandia e Guatemala, o anche Paesi dell’ex zona a influenza sovietica - in cui ci sono molte donne povere, scarsamente tutelate dal punto di vista dei diritti umani, poco istruite e anche poco consapevoli di avere dei diritti. La seconda è quella del Nord America, dove vale sempre il movente economico - non esistono donne in carriera con ricchi stipendi disposte a diventare madri surrogate - ma il contesto giuridico è tale da rendere questo mercato maggiormente regolato, anche solo dal punto di vista della contrattualistica privata, e le donne vengono pagate di più.
Lo scenario che ci descrive, soprattutto guardando a quelli che chiama Paesi terzi, fa apparire le madri surrogate alla stregua di moderne schiave. Come mai, a suo avviso, in un clima di spiccata sensibilità nei confronti della violenza sulle donne e dello sfruttamento del corpo femminile, a questa orribile realtà viene data così poco rilevanza?
Innanzitutto perché quello nato intorno alle tecniche di procreazione assistita è un mercato enorme, e le spinte a favorirlo ed ampliarlo sono altrettanto enormi. E poi perché dal punto di vista ideologico il “diritto al figlio” viene oramai prima di tutto, oscurando volutamente lo sfruttamento delle donne. Dovremmo sempre ricordare che per ogni coppia che racconta la propria felicità di avere avuto un figlio dalla fecondazione eterologa, c’è sempre qualcuno - che rimane in silenzio - che ha venduto parti del proprio corpo; donne sottoposte a trattamenti altamente invasivi. E dovremmo ricordare che per ogni coppia che rivela di avere raggiunto il proprio sogno di avere un figlio con l’utero in affitto ci sono donne che hanno accettato contratti subumani come quelli di cui abbiamo parlato. Ma adesso l’unico soggetto ad avere  realmente diritti è la coppia che desidera un figlio: coloro che “contribuiscono” in altro modo - chi vende i propri gameti, chi porta avanti a pagamento la gravidanza - così come i figli stessi, di diritti sembra non ne possano rivendicare.
Ritiene che le legalizzazioni del “matrimonio gay” e dell’adozione agli omosessuali aprano la strada a una maggior propagazione di questo fenomeno?
La gravidanza conto terzi è l’unico modo in cui una coppia di omosessuali maschi può avere un figlio in qualche modo legato geneticamente almeno a uno dei due, senza ricorrere a rapporti sessuali con donne. Cercando in rete si può vedere come molte delle organizzazioni di maternità surrogata siano dedicate esclusivamente alle coppie omosessuali maschili.
Da membro del Comitato Nazionale di Bioetica, una sua valutazione sulla sentenza della Corte Costituzionale che ha sancito l’illegittimità della legge 40 rispetto al divieto di fecondazione eterologa?
Dal punto di vista etico, ritengo gravissima l’affermazione di “diritto incoercibile” ad avere figli, ribadita ancora qualche giorno fa da Giuseppe Tesauro, Presidente della Consulta, che ha sottolineato il “diritto ad avere una famiglia e arricchirla con la presenza di figli”. Se il diritto al figlio è incoercibile, allora tutto deve essere subordinato ad esso, compresi altri diritti che, pur teoricamente rispettati, vengono necessariamente subordinati rispetto a quelli cosiddetti incoercibili.

 

 

mercoledì 1 ottobre 2014

Crisi, in Italia sempre meno bimbi: “si perdono” 62mila nuovi nati l'anno Lorenzin: troppa ignoranza sulla fertilità

di Carla Massi
 
Gli italiani fanno sempre meno figli. Sarà per la crisi economica, sarà perché si decidono in tarda età a pensare a un bambino. Cetto è che le culle sono sempre più vuote e il nostro futuro prossimo vedrà sempre più nonni e sempre meno nipoti.
Uno scenario disegnato dal Censis nella ricerca “Diventare genitori oggi. Indagine sulla fertilità/infertilità in Italia” realizzata in collaborazione con la Fondazione Ibsa. Solo fino a qualche anno fa si diceva che gli immigrati avrebbero riequilibrato i “buchi” di natalità, oggi sembra che neppure questo aiuto possa far pensare alla vera ricrescita generazionale.

L'economia, i soldi in banca, sembrano essere il motivo base di questa paura a far figli. Per l'83% degli intervistati la crisi sarebbe, infatti, il deterrente. Basterebbero sgravi fiscali e e sostegni economici e riduzioni delle rette scolastiche secondo gli intervistati under 34, per cambiare la rotta e tornare indietro.

Nel 2013 in Italia c'è stata una riduzione delle anscite del 3,7% rispetto all'anno precedente, con un calo del tasso di natalità da 9 a 8,5 nati epr mille abitanti. Dall'inizio della crisi, dunque, sono più di 62mila i nati in meno all'anno. Peggio di noi solo la Germania: i neonati tedeschi sono stati, infatti, 8,4 su mille nel 2012. In generale il tasso di natalità nella Ue è sceso dai 10,9 per mille abitanti del 2008 al 10,4 nel 2012.

Tracollo finanziario a parte un altro fattore gioca cronto la natalità: mamme “attempate" per il primo figlio. Da noi oltre i 31 anni nel resto d'Europa intorno ai 29. Sembra un scarto da poco, in realtà proprio quel poco può determinare o no la gravidanza. «il 46% degli italiani considera che ci si debba preoccupare per la mancanza di figli non prima dei 35 anni - spiega Ketty Vaccaro, responsabile del settore Welfare e sanità del Censis - età in cui già parliamo di mamme attempate». Che, in molti casi, scoprono proprio in quel momento l'impossibilità, per la coppia di avere un figlio. Da qui, l'impennata della fecondazione artificiale.

Proprio mentre il Censis pubblica il suo studio radiografando un Paese tutto sommato poco attento alla natalità, ai suoi tempi e alla fisiologia umana al ministero della Salute veniva insediata una commissione per combattere , come ha detto il ministro Beatrice Lorenzin «l'inverno demografico» del nostro Paese. Un tavolo che non ha come obiettivo solo quello di far fare più figli agli italiani. Si vuole, con una commisione formata da andrologi, sessuolo, economisti, ginecologi, epidemiologi, farmacisti ed esperti della comunicazione, far conoscere a maschi e femmine come si protegge la fecondità. Fin dall'adolescenza. Ventisei membri, la ginecologa Eleonora Porcu la prsidente.

«Il motto del nostro lavoro sarà “Liberi di scegliere conoscendo” - parole del ministro - vogliamo dare informazioni ai cittadini, tra sei mesi sarà pronto un documento, perché possano programmare la genitorialità come scelta consapevole. Dobbiamo combatetre l'ignoranza, il non sapere, sulla fertilità» 
 
Fonte: ilmessaggero.it

venerdì 26 settembre 2014

Gender nelle scuole italiane, ora ci prova Amnesty International

La nota organizzazione internazionale ha presentato il manuale per insegnanti "Diritti Lgbti, diritti umani", nel quale si promuove il gender e si invocano provvedimenti legislativi su nozze gay e omofobia

 

Roma, (Zenit.org) Federico Cenci 

Non importa che il Pew Research Center abbia pubblicato un rapporto dal quale emerge che l’Italia sia l’ottavo Paese più tollerante al mondo nei confronti degli omosessuali. Non conta che, sempre secondo gli studi del think tank americano, il Belpaese sia quarto nella classifica delle nazioni che hanno compiuto passi da gigante nell’accettazione dell’omosessualità negli ultimi anni.
Ad Amnesty International non interessa nemmeno constatare che due governatori di altrettante Regioni del Sud Italia (Nichi Vendola in Puglia e Rosario Crocetta in Sicilia) siano dichiaratamente omosessuali, oppure che la presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini (terza carica dello Stato) abbia presenziato a un gay-pride come paladina delle istanze “arcobaleno”. Secondo la nota organizzazione internazionale, infatti, in Italia “la condizione delle persone Lgbti non ha conosciuto nessun miglioramento” e “viene oggettivamente aggravata dall’assenza di un’adeguata legislazione in materia di discriminazione omofobica”.
Motivo per cui Amnesty International ha deciso di intervenire, provando a scavalcare la sovranità del Parlamento, con un progetto educativo da introdurre nelle scuole superiori. Si tratta di una “guida per docenti” dal titolo Diritti Lgbti, diritti umani. C’è forse una ragione dietro la noncuranza dei dati pubblicati dal Pew Research Center: sotto la fiammella di Amnesty della tutela nei confronti di presunte discriminazioni, si condensa l’obiettivo di veicolare ideologie tese a stravolgere l’antropologia.
Ecco infatti come Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia, ha presentato il progetto: “Sono passati 25 anni da quando l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza. Per la prima volta, in un atto internazionale, i minori sono stati riconosciuti come protagonisti: persone che hanno il diritto di partecipare alle scelte che le riguardano, in grado di esprimere idee proprie e prendere decisioni”.
Per esempio, prendere decisioni sull’orientamento sessuale cui appartenere. È così che, all’interno della “guida per docenti”, gli insegnanti vengono persuasi circa il fatto che se un alunno “si sta interrogando sul proprio orientamento sessuale o identità di genere” è “fondamentale dare anche immagini positive della vita delle persone Lgbti”. Attenzione però, l’opera di propaganda va attuata con circospezione, poiché “persone molto vicine agli studenti (le loro famiglie, fidanzati/fidanzate, il gruppo di amici) potrebbero avere idee e comportamenti apertamente discriminatori nei confronti delle persone Lgbti”.
Di qui l’esigenza - scrive Amnesty International - di contattare “un’associazione Lgbti locale” per organizzare conferenze “in cui giovani omosessuali raccontino la propria esperienza di coming out”. Un modo per spingere sul pedale della propaganda ideologica e abbattere quelle “aspettative sociali” che “costringono donne e uomini in ruoli che non sono naturali ma socialmente costruiti”. Il manuale si riferisce a coloro che vengono curiosamente definiti cisgender, ossia “le persone la cui espressione e/o identità di genere è conforme alle aspettative convenzionali sul sesso biologico assegnato loro alla nascita”.
Una buona opera di propaganda - si sa - passa anche dal tubo catodico. È per questo che una sezione del manuale è interamente dedicata ai “film consigliati su visibilità e coming out”, in cui spiccano l’eloquente titolo di una pellicola scandivana, ossia Fucking amal, la trama di The perfect family, intenta a confutare l’idea di una felice famiglia radicata sulla fede cristiana, e la denuncia di una “società bigotta” del film ambientato in Salento Mine vaganti.
Ma non è finita, perché al posto di simili “stereotipi sociali”, Amnesty International punta invece a contribuire all’edificazione una legislazione ad hoc in Italia, che soddisfi i desiderata di alcuni gruppi omosessuali. Il nocciolo della questione è chiaro nel passaggio in cui viene espresso l’auspicio affinché “sia eliminata ogni forma di discriminazione nella legislazione sul matrimonio civile per le coppie omosessuali e garantiti pari diritti ai figli e alle figlie delle persone omosessuali”. Al contempo, si invoca l’introduzione di una legge che punisca i “crimini motivati da discriminazione per orientamento sessuale”. I contenuti degli opuscoli diffusi dall’Unar, usciti dalla porta della scuola italiana qualche mese fa, rischiano ora di rientrare dalla finestra appesantiti pure dall'esposizione politica.

Fonte: zenit.org

 

 

giovedì 25 settembre 2014

Sterilità in Occidente, «un’epidemia»

September 25th, 2014
LogoAvvenireCarlo Bellieni

U
n’epidemia di sterilità percorre il mondo indu­strializzato. Il quotidiano
 Bloomberg news in set­tembre traccia il calo demografico Usa, descri­vendo un’ipotetica 25enne felice di aver fatto cre­scere per un anno un bonsai, ma non ancora pronta per avere un cagnolino e «men che me­no un bambino»; il Telegraph lamenta che anche gli im­migrati, che finora avevano sostenuto il tasso di fertilità inglese, stanno accodandosi alla media di figli/donna dei britannici; e secondo un rapporto presentato al Parla­mento locale, la Corea del Sud va verso l’estinzione nei prossimi decenni, con un tasso di 1,19 figli per donna. Anche in Italia vediamo il minimo storico: 1,29 fi­gli/ donna secondo l’Istat, complice certo la crisi econo­mica, ma anche una riduzione patologica di fertilità. Già, perché anche chi vuole avere un figlio oggi vi riesce con molta più difficoltà di anni addietro. La rivistaEn­vironmental international di questo mese riporta un am­pio studio in cui mostra il legame tra inquinamento am­bientale, traffico, e infertilità; e in maggio su Fertility and sterility un importante studio riportava che la presenza di plastiche nell’organismo nei maschi porta un calo del 20% in fertilità. Per non parlare del tasso di infertilità che cala con l’aumentare dell’età materna (per moda o per esigenze di lavoro ormai sempre più avanzata): nel­le ventenni la possibilità di concepire durante un ciclo mestruale è 1 su quattro, ma cala a 1 su 5 a 30 anni per crollare a 1 su 20 dopo i 40 (dati American Society of Reproductive Medicine e ministero della Sanità cana­dese).
Crollano le percentuali di chi riesce a mettere al mondo un bebè, ma invece di ricercare le cause si continua a ignorare l’avanzare di un mondo inquinato e vecchio. E il ricorso alla provetta è frutto dell’illusione che «la medicina può tutto»
Il Daily Mail riporta che una coppia su sei in In­ghilterra ha difficoltà a concepire.
Insomma, la società del benessere è malata di sterilità, ma invece di puntare il dito su chi non ha fatto preven­zione – e i rischi sono sotto gli occhi di tutti, basti pen­sare al diffondersi di pesticidi, di plastiche, di solventi, di lavori stressanti, di gravidanze procrastinate – si dà la caccia a chi vuole discutere sulle glorificazioni acritiche delle tecniche di laboratorio per concepire. Così non va: la sterilità è in crescita.
C
resce per motivi sociali o ambientali: perché si fan­no figli quando inizia a diventare difficile concepi­re, o perché l’inquinamento genera nell’ambiente sostanze che entrano nell’organismo con una struttura simile a quella dei nostri ormoni, tanto che alla fine l’or­ganismo gli ormoni finisce per produrli di meno con va­rie
 conseguenze, tra cui l’infertilità. E in questo clima epidemico, di coppie che arrivano al­ladisperazione perché non riescono a fare figli, tutto quello che vediamo pubblicizzato a gran voce sui gior­nali sono i mille modi di fecondazione che sono però una corsa ai ripari quando l’epidemia è già scoppiata. Ma non si parla di prevenzione. È un po’ come se si vo­lesse combattere la malaria distribuendo un po’ di chi­nino invece di bonificare le paludi. È un modo di agire che guarda solo a correggere alcune conseguenze inve­ce che le cause.
L’impressione è che si è più attenti a dare spazio ai co­siddetti «nuovi diritti riproduttivi» – molto di moda – piuttosto che a una seria lotta all’infertilità.
A
ddirittura l’eccesso nel decantare la Fiv può essere un ulteriore problema, inducendo a procrastinare la gravidanza, nell’illusione che «tanto la medicina può tutto»; tanto che la rivista
 Plos Onerecentemente pub­blicava uno studio tedesco in cui si mostrava che la po­polazione sottostimava il rischio che l’avanzare dell’età porta alla fertilità, e sovrastimava molto le possibilità di successo della fecondazione in vitro. Senza ricordare che anche la Fiv dopo una certa età – o in presenza di certi fattori inquinanti – ha basse possibilità. Forse tanto chiacchierare sul diritto alla Fiv è un’arma inconscia di distrazione di massa per non guardare in faccia il pro­gressivo ammalarsi di un mondo inquinato e invec­chiato, di cui la sterilità è solo un sintomo e ai cui ri­medi non vuole metter mano.

martedì 23 settembre 2014

Un Papà e Sua Figlia Down: una Video–Confessione che svela Paura, Amore e Vita


I sentimenti più veri di un padre davanti ad un evento sconvolgente

heat1Qualche tempo fa sul Daily Mail comparve un’intervista ad un pilota e agente dell’FBI.
L’articolo non trattava di alcuna missione segreta, tantomeno di come gli agenti dell’Intelligence americana venivano addestrati, ma semplicemente la confessione di un padre all’indomani della scoperta di un fatto molto personale.
L’articolo è molto attuale e descrive il sentimento di un papà davanti ad evento che non puoi controllare, come la nascita di un bambino.

Si chiama Heath White, ed ha raccontato con tutta la fragilità di un essere umano di come abbia accolto nella sua vita sua figlia, affetta dalla sindrome di Down.

“Paisley (la bimba ndr) è la luce nell’oscurità, l’ispirazione della mia vita e della mia famiglia” racconta Heat.
Ma non era questo il sentimento che dominava il suo cuore nel 2007, quando cioè scoprì che sua moglie Jennifer aspettava una bambina Down.
Lui, che ambiva alla perfezione, come lo dimostravano i suoi successi al college, e dopo nella sua carriera militare, pensava che questa bambina avrebbe rovinato la sua vita.
Il mio unico pensiero era cosa avrebbe detto di me la gente. Fu molto triste. Sapere di aspettare un bambino Down è un’esperienza simile alla morte, così mi sentivo. Come se avessi avuto un bambino “rotto””.
Heat addirittura tentò di convincere la moglie Jennifer ad abortire, ma fortunatamente le cose andarono diversamente.
Jennifer invece tentò di fargli sentire quel sentimento d’amore che lei provava, che lei voleva quella bimba con tutta sè stessa, che non sarebbe riuscita a vivere senza di lei.

heat2Paisley nacque il 16 marzo 2007, e le sue sorelle maggiori e la sua famiglia la accolsero con amore.

Ma mentre la piccola rideva nelle foto, Heat non riusciva a stabilire alcun legame con lei.
La nonna commentò che quasi non sembrava Down, ma lui sapeva che era una bugia.
E’ stato solo dopo qualche tempo che Heat realizzò che Paisley non era differente dagli altri bambini.
La svolta avvenne quella volta che Paisley cominciò a ridere al solletico del papà, tentando di spingerlo via: “Il suo sorriso, e le sue risate, il suo reagire a me, in quel momento capii che lei era come tutti gli altri bambini. Era la mia bambina” racconta.

Capì a quel punto che doveva dimostrare quanto lui fosse orgoglioso di lei.

Prima che Paisley nascesse Heat aveva partecipato a una serie di gare di corsa, e a un certo momento capì che avrebbe ricominciato. Questa volta però con lei.
Si dotò allora di uno speciale passeggino, e ricominciò a gareggiare nelle maratone. E a vincere.
“Eravamo solo io e lei, e nessun altro. Riguardando le foto mi ritornano in mente quei bei momenti” dice Heat al Daily Mail.
E quando la bimba compì 5 anni, le insegnò a correre da sola, non aveva nessun problema a farlo.
Insieme hanno corso oltre 300 miglia di maratone, il che, per un bimbo affetto da Sindrome di Down è un traguardo ragguardevole.
Heat decise, quando la piccola aveva circa 18 mesi, di scriverle una lettera, pubblicata poi sotto forma di video sul sito di Sport ESPN.
?????????????????????????Il video si intitola Perfect, e racconta il sentimento di un papà, e di come egli ami sua figlia al di sopra di ogni cosa.
Heat sa che questo potrebbe ferire la piccola Paisley in futuro, ma spera allo stesso tempo di dimostrarle il grande amore che lui prova per lei, e incoraggiare anche altri genitori che come lui si sentono preoccupati: non sono soli.
Nessuno sapeva come mi sentivo prima che Paisley nascesse, e se posso aiutare anche una sola persona a non fare l’errore che stavo per commettere anche io, varrà il dolore che posso provocare nella mia piccolo, perchè anche lei possa capire il dolore che io ho provato” continua Heat.


Fonte: sindromedidownpesaro.it


Le associazioni: «Eterologa, corsia veloce. E le adozioni al palo»


di  Alessia Guerrieri




Genitori di seconda categoria. Figli già scartati una volta che vengono messi in un angolo. Abbandonati di nuovo, stavolta dalle istituzioni. Alla ribalta, invece, continua ad esserci la logica del figlio a tutti i costi e a ogni prezzo, visto che il desiderio di maternità e paternità supera anche il diritto di quei bambini per cui l’adozione è l’unica chance di avere una famiglia. Perché tutta la fretta di regolamentare l’eterologa non c’è mai stata per l’adozione? Perché da anni «si aspettano i protocolli operativi regionali e la banca dati nazionale, mentre in 25 giorni le Regioni hanno già trovato l’accordo sulla fecondazione eterologa?».

È questo il grido amareggiato delle associazioni e degli enti accreditati
all’adozione in Italia; un accorato appello affinché governo e Regioni dedichino la stessa lena mostrata per la fecondazione assistita a districare le questioni aperte nell’adozione, così come pure a reperire i fondi per quella internazionale – fermi da tre anni – e per far funzionare adeguatamente la Commissione adozioni internazionali.
Il rischio, altrimenti, è di proseguire sulla strada della disparità tra famiglie. Nell’ultima riunione di luglio con gli enti accreditati, infatti, il neo presidente Cai, Silvia Dalla Monica, ha fatto intendere che non ci sono soldi.

Fondi per i rimborsi alle famiglie, che nelle adozioni internazionali arrivano a spendere anche 10mila euro e ora possono avere la deducibilità solo del 50%, ma anche fondi per i servizi post-adozione oggi praticamente inesistenti. Ecco che un impegno economico pubblico sulle adozioni e la loro gratuità appare, perciò, sempre più urgente. Unito anche a una nuova collaborazione dell’autorità centrale con gli enti accreditati e a un rinsaldamento dei rapporti diplomatici con i Paesi d’origine dei bambini. Per rendere più spedita l’adozione internazionale che adesso viaggia al ritmolumaca di 3-4 anni.
Il calo del numero di coppie che in Italia fanno richiesta d’adozione non è un mistero: se nel 2006 erano circa 6mila, nel 2013 ci si è fermati poco sotto i tremila.
«I dati sul primo semestre 2014 – dicono gli enti – mostrano un ulteriore crollo del 30%. Se continua così al 2020 non avremo più adozioni nel nostro Paese a fronte di migliaia di bimbi adottabili nel mondo». Ed è proprio per questo che occorre un cambio di rotta, per far tornare l’Italia ad essere la seconda nazione, dopo gli Stati Uniti, per numero di bambini accolti. In ballo, ammettono, c’è «la responsabilità che una società civile ha nei confronti di bambini abbandonati», italiani o stranieri che siano, per cercare di «rimediare all’ingiustizia che hanno già subìto». E non renderli orfani per la seconda volta.

Le associazioni
Ai.Bi.I diritti dei minori in secondo piano rispetto a quelli degli adulti. Il bambino dichiarato adottabile, infatti, ha una sola possibilità di diventare figlio, mentre i grandi ne hanno molte di diventare genitore. Quindi «se non s’investe sull’adozione, su un atto di giustizia insomma, togli a quei bimbi anche questa possibilità». Marco Griffini, presidente dell’Ai.bi (Amici dei bambini) sferza subito il ragionamento sui «bambini scartati due volte», quando sollecita un cambiamento culturale. Va superata la logica di guardare solo ai bisogni degli adulti, e non «a quel gesto d’amore che rende giustizia a un bambino che la società non è stata in grado d’aiutare». Per questo va superata anche il meccanismo della selezione «inteso come percorso oppressivo in cui la coppia viene torchiata», secondo il presidente, con un approccio basato «sulla cultura dell’accompagnamento dei coniugi», che vuol dire «io Stato faccio il tifo per te», perché stai andando a prendere un bimbo abbandonato e «tu sei la faccia della solidarietà italiana». Nell’adozione c’è ancora tanto da fare; ad esempio «manca una banca dati nazionale prevista per legge – ricorda Griffini – che ci consenta di velocizzare l’abbinamento del bambino con la coppia». Eppure ci sono 1.900 minori italiani adottabili che non riescono ad avere una famiglia. Invece «c’è una corsa a regolamentare l’eterologa», per il presidente Aibi, perché 5 milioni di coppie sterili e 60mila domande di fecondazione eterologa e omologa «a quanto pare contano di più». Dimenticandosi però di un atto generosità altissima, conclude, per focalizzarsi sull’eterologa che, «per come si sta delineando, è un atto di egoismo».

Anfaa.
La scelta di diventare genitore va accolta e accompagnata per bene, con percorsi d’approfondimento sull’essere genitore, soprattutto quando si sta per diventare madri e padri di un figlio non tuo. Mentre «gli enti e le associazioni cercano di seguire e far maturare questa consapevolezza nei futuri genitori adottivi – spiega la presidente dell’associazione famiglie adottive e affidatarie (Anfaa) Donata Nova Micucci – non vedo lo stesso dibattito sulla preparazione ferrea per le coppie che si avviano alla fecondazione eterologa». Anzi, c’è il vuoto assoluto sia sul livello di maturazione che sulla concezione di genitorialità che i coniugi hanno raggiunto. Sembra quasi che basti pagare un ticket per essere pronti ad accogliere un bambino non biologicamente tuo, «dimenticando – aggiunge – tutte le implicazioni psicologiche future che potrebbero esserci». Lo stesso vuoto assoluto c’è sia sull’adozione in generale, «quasi fosse una soluzione di serie b», sia in particolar modo sull’adozione di bambini con bisogni speciali. Le istituzioni perciò, secondo Nova Micucci, dovrebbero farsi carico di questi bimbi, «non lasciando sole le famiglie che scelgono di adottarli comunque», magari seguendo l’esempio del Piemonte che ha stanziato un contributo economico per figli adottati con bisogni speciali pari a quello che spetta per i minori in affidamento. «Se noi formiamo le coppie, le facciamo maturare - conclude la responsabile Anfaa - ma poi la società civile e lo Stato le abbandona, la macchina non funziona». Cambiare la legge? Non serve, basterebbe «farla applicare da nord a sud in ogni sua parte».

Ciai
I bambini in questo caso già ci sono. Sono bimbi che sulle spalle hanno spesso i segni di maltrattamenti e abusi. Sono piccoli che hanno bisogno di percorsi di sostegno dopo l’adozione, soprattutto durante alcuni momenti particolari della loro crescita, come l’adolescenza. Eppure i fondi sia per le famiglie che sostengono pesanti costi per l’adozione «sia per quelle che hanno adottato ragazzi difficili, e devono intraprendere con loro un cammino di crescita speciale, non ci sono». C’è tristezza mista a rabbia nelle parole di Paola Crestani, presidente del Centro Italiano Aiuti all’Infanzia (Ciai), quando tenta di capire perché per la fecondazione eterologa c’è tanta attenzione (e si trovino subito i soldi), mentre l’adozione è relegata ai margini del dibattito pubblico. Inoltre, senza alcun sostegno economico governativo. Senza rimborsi «non si possono aiutare le coppie», dice, invece si dovrebbe ragionare «su come andare incontro alle famiglie per ridurre i costi della pratica adottiva», anche attraverso la deducibilità totale, e su un sistema «magari tramite voucher, che consenta di dare maggiori servizi dopo l’adozione a neo genitori e bambini». Ma anche un nuovo sprint perché, continua Crestani, «ci siano meccanismi per controllare le pratiche all’estero, per preparare il bambino a venire in Italia». Certo questo non si modifica per legge, ma ci vuole «la volontà politica di farlo». Nessun braccio di ferro eterologa-adozioni, comunque, solo «vorremmo che ci fosse lo stesso impegno anche per l’adozione» continua la responsabile Ciai, perché in questo caso i bambini già ci sono, «hanno sofferto e meritano un po’ di serenità».

Uniti per l'adozione
Si chiede da anni – almeno dieci – la gratuità delle adozioni. Ma nessuno ha ascoltato. Si aspetta da anni – almeno quindici – che le Regioni predispongano i protocolli operativi per l’adozione previsti dalla riforma del 1998. Eppure «non tutte le Regioni li hanno ancora e quei territori che li avevano li hanno dimenticati. Invece per l’eterologa in poche settimane…». Pietro Ardizzi portavoce di Uniti per l’adozione, la neonata rappresentanza di 45 enti autorizzati, parla di «grave irresponsabile distrazione verso una forma alta di accoglienza come l’adozione» e «verso un mondo elettoralmente poco rilevante come i bambini», quando analizza il ghetto in cui viene relegato questo tema nell’agenda politica e istituzionale. «È drammatico e vergognoso poi – aggiunge – che l’autorità centrale non abbia finanziamenti adeguati e sufficienti perché questo si ripercuote su famiglie e servizi». Servirebbero circa 30 milioni per dare risorse economiche e umane al Cai ed evitare che tra qualche tempo tutto il sistema degli enti autorizzati salti, visto che molte sedi territoriali saranno costrette a chiudere. In più, i fondi servono anche per «rivedere i rapporti diplomatici con i Paesi d’origine – dice Ardizzi – perché altrimenti si ripercuote sulle lungaggini delle pratiche internazionali». Ma è soprattutto il metodo con cui si è affrontata sia la questione eterologa che la «distrazione» sull’adozione che brucia e «fa paura». Le scelte dei governi sono state fatte, ammette difatti, «senza il coinvolgimento di enti e associazioni, prendendo decisioni sulla pelle delle persone».

Fonte: avvenire.it

domenica 14 settembre 2014

20 settembre 2014, Vita è a Verona

vita è convegno

Il primo convegno nazionale della neonata associazione Vita è sarà il prossimo 20 settembre a Verona. Un occasione di dibattito e confronto intorno a vita, famiglia e educazione, per approfondire e capire.  L’appuntamento sarà anche l’occasione per alcune tavole rotonde a cui parteciperanno politici e  giornalisti.
Vita è: Si tratta di un nuovo soggetto che ha come fine quello di mettere insieme tante persone e realtà che si battono, in modi diversi, sia sul fronte dell’impegno caritativo che sul fronte culturale e giuridico, per la promozione e la difesa della vita e della famiglia.
Mai come oggi c’è bisogno di tornare a dire, forte, chiaro, nel modo più unitario possibile, che la vita è bella! Che la vita è un dono! Che la vita va promossa e difesa, sempre e comunque! Occorre dirlo in tutti i modi possibili. In famiglia, a scuola, nelle aule dei tribunali e dei parlamenti, nelle accademie e negli ospedali. Per riaffermare il senso della nostra esistenza terrena; per ridare valore alle parole e ai concetti che hanno fatto grande la nostra civiltà: verità, carità, persona, rispetto… Vita, allora, è famiglia; vita è comunità; vita è rispetto della persona umana; vita è riconoscimento della trascendenza; vita è una medicina che cura e non che uccide; vita è amore e rifiuto della cultura dello scarto, del nichilismo e del relativismo.
Di seguito il programma della giornata a Verona:
- ore 10:45 Vita è… partecipazione. Tavola rotonda sui temi della vita e della famiglia. Partecipano Mario Adinolfi (cofondatore Pd), Lorenzo Fontana (Lega Nord), Federico Iadicicco (FDI), Eugenia Roccella (NCD). Modera: Francesco Ognibene (Avvenire)
- ore 14:30 Vita è… paternità e maternità. Massimo Gandolfini (Presidente Vita è) – L’adozione
- ore 15 Vita è… responsabilità e amore. Renzo Puccetti (Vice Presidente Vita è) – L’Humane Vitae: un’enciclica profetica
- ore 15:30 Vita è… educazione. Gianfranco Amato (Presidente Giuristi per la Vita) – Il gender a scuola
- ore 16 Vita è… leggi che tutelano vita e famiglia – Simone Pillon (Forum Associazioni Familiari) e Carlo Amedeo Giovanardi (NCD) – I punti caldi oggi in Parlamento (eterologa, divorzio breve…)
- ore 16:30 Vita è…solidarietà. Emmanuele e Venere Di Leo (Steadfast Onlus) – Un’isola nigeriana: l’aiuto all’Africa nell’era di facebook e Boko Haram
- ore 17:45 Tavola rotonda conclusiva. Partecipano Toni Brandi (giornalista), Raffella Frullone (giornalista), Stefano Lorenzetto (giornalista), Luigi Amicone (direttore “Tempi”). Modera: Luca Volontè
Luogo:
Basilica di Santa Teresa del Bambin Gesù, Via Volturno 1, Verona (Sala Piccola via)
(uscita Verona sud, direzione Fiera, 3 semafori, al III a dx). E’ prevista presenza di alcune baby sitter

ps  il 20 verrà presentata Steadfast, che si occupa di Africa: 

La Nigeria è un paese dilaniato dagli attentati islamici contro le comunità cristiane; un paese sotto l’attacco delle ideologie antinataliste di provenienza occidentale e dell’Islam radicale. Conta 143 abitanti per km/q, contro i 16.689 del Principato di Monaco, i 6.356 di Hong Kong, i 478 di san Marino, i 337 del Giappone, i 248 del Regno Unito, i 231 della Germania…
Ebbene Emanuele Di Leo, presidente della Steadfast Foundation, che si occupa di aiuto allo sviluppo, nel suo recente viaggio in Nigeria, insieme alla moglie, si imbatte, tramite facebook, in una religiosa italiana, suor Enza, che vive, da sola, sull’isola di Igbedor, vicino al delta del Niger. Qui si adopera come può per assistere una popolazione di circa 8000 persone senza corrente, nella miseria e nell’ignoranza, che bevono l’acqua sporca del Niger, da cui è più facile contrarre malattie che vita…
Su 8000 abitanti, circa 5000 sono bambini! Perché così tanti bambini, non in assoluto, ma rispetto al numero degli adulti? Perché la poligamia, l’assenza di rispetto versa la figura femminile, porta alla nascita di tante creature di cui nessuno può prendersi cura. Suor Enza vive qui, per portare Cristo, e, con Lui, un altro modo di vedere la relazione tra uomo e donna e il dono della vita. E gli amici della Steadfast, dopo averla incontrata, hanno deciso di non abbandonarla: cercheranno di portare depuratori per l’acqua , generatori di corrente, scuola, sanità…

Fonte:libertaepersona.org