sabato 22 novembre 2014

Pillola dei 5 giorni dopo senza ricetta. Scienza e Vita: è un abortivo

Pillola dei 5 giorni dopo senza ricetta. Scienza e Vita: è un abortivoLa pillola cosiddetta “dei cinque giorni dopo”, il farmaco che impedisce l’impianto dell’embrione, dovrebbe essere disponibile in farmacia senza ricetta. E’ il parere emanato dall’Agenzia europea dei farmaci (Ema), che aspetta l’avallo della Commissione Europea per diventare operativo in tutti gli Stati membri entro il 2015. Il medicinale diventerebbe così disponibile direttamente in farmacia senza obbligo di prescrizione medica. Sui rischi legati all’eventuale applicazione di quanto proposto dall’Ema, Marco Guerra, per la Radio Vaticana, ha intervistato il prof. Bruno Mozzanega, ginecologo alla Clinica ostetrica dell’universitaria di Padova e presidente della sezione di Venezia dell’Associazione “Scienza e Vita”:
R. – I rischi legati a questa prescrizione sono sostanzialmente legati al fatto che si mette in commercio libero, per gli adolescenti e per gli adulti, un farmaco che è francamente abortivo, nel senso che quattro pillole del giorno dopo sono quantomeno, se non più, efficaci dei 200 milligrammi di RU486, che servono per fare l’interruzione di gravidanza farmacologica alla settima settimana gestazionale. E questi sono dati che compaiono nettamente in letteratura.
D. – Ecco perché invece c’era qualcuno che sosteneva che la pillola interviene sull’ovulazione…
R. – Io le faccio una domanda che è quella con cui abbiamo aperto un articolo su “Avvenire” io, il dott. Boscia e l’onorevole Gigli, il 15 ottobre. Lei ha un rapporto oggi con sua moglie fertile, che ovula domani, concepisce entro dopodomani, 24 ore ulteriori, cioè a due giorni dal rapporto sessuale. Tuttavia, può ancora prendere questa pillola “ellaOne”, per ulteriori tre giorni, con un’efficacia superiore all’85% e la gravidanza non compare. Le dicono che è un anti-ovulatorio quattro giorni dopo l’ovulazione e tre giorni dopo il concepimento. Non serve essere specialisti per rispondere a questa affermazione. Poi, in letteratura, c’è esplicitamente scritto, nell’unico lavoro che si occupa di questo dato – di Vivian Brake, del 2010 – che il farmaco, dato un giorno o due prima dell’ovulazione, funziona come un placebo, cioè non funziona nei confronti dell’ovulazione, mentre ha effetti endometriali esattamente importanti come la RU486. E’ un anti-progestinico e impedisce al progesterone di preparare il terreno fertile per gli embrioni che deve impiantare. Ma le dico di più: l’Ema, in una posizione ufficiale del 2009, riconosceva già l’azione sull’endometrio e addirittura riconosce anche che l’”Ulipristal” è efficace come la RU486 nell’indurre l’aborto, l’interruzione di gravidanza, nei primati. Sulla donna non è mai stato sperimentato, ma l’Ema riconosce che il problema di un uso di questi farmaci – al di fuori di quello che c’è scritto sulle indicazioni ufficiali per interrompere la gravidanza – è una possibilità concreta, che non si può in alcun modo combattere, se non forse con i controlli delle prescrizioni da parte dei diversi medici. E adesso tolgono anche la prescrizione!
D. – Mi spieghi perché appunto è importante che ci sia questa prescrizione?
R. – Primo, questo farmaco non ha spazio nella nostra legislazione nazionale, perché le nostre leggi tutelano, nella procreazione responsabile, anche il prodotto del concepimento. L’unica cosa da fare sarebbe non avere questo farmaco, perché non rispetta il concepito, nel senso che è un post-concezionale. Punto. Premesso questo, che è fondamentale, sarebbe anche inutile fare proibizionismi, perché queste pillole si possono comprare in Internet dall’Inghilterra e ti arrivano il giorno dopo e ormai, quindi, l’unica cosa è fare cultura e dare informazioni. Tuttavia, attraverso una prescrizione uno può dire: a questa signora è stato prescritto quattro volte, a questa persona cinque volte, nel giro di una settimana, è evidente che sta facendo collezione per un uso diverso. Attraverso la prescrizione, forse, si può controllare se qualcuno lo prende ripetutamente. Certamente, metterla al corrente del fatto che sta usando un farmaco, che non è per niente anti-ovulatorio, ma è anti-embrione, sarebbe il presupposto di un consenso informato. Io credo che su questi temi dobbiamo fare un’ampia azione informativa alla popolazione: sulla fisiologia riproduttiva, perché se non capisci la fisiologia, poi non capisci i discorsi ulteriori. Se io non so che il progesterone serve per preparare l’impianto e che questo ormone mi viene prodotto dopo l’ovulazione, mi è difficile capire come funziona questo farmaco. Quindi, io penso che noi dovremmo veramente educare ad una profonda conoscenza della fisiologia della riproduzione e poi alla distinzione fra i metodi, che sono in grado di prevenire il concepimento, e quelli invece, come questo farmaco qui, come l’Ulipristal e il Levonorgestrel, hanno un’azione prevalente di tipo anti-impianto, di tipo anti-vita dell’embrione. L’educazione è l’unica arma che abbiamo e non mi meraviglia che non venga data. E’ utile, a chi vuole divulgare queste bugie, tenere la popolazione nell’ignoranza.

A cura di Redazione Papaboys
 fonte: Radio Vaticana 




0
http://www.papaboys.org

sabato 15 novembre 2014

Il Comfort Care, un protocollo per neonati terminali e le loro famiglie

Il comfort care inizia ad attecchire anche in Italia, una pratica d'amore e accoglienza per dare dignità anche ad un solo minuto di vita.

 

Comfort Care

È arrivata la notizia tanto desiderata: una bambino, o un altro bambino, è in arrivo! I genitori sono al settimo cielo, nonni e parenti anche, purtroppo, però, non sempre tutto va come si era programmato. In alcuni casi arriva un momento in cui si scopre che quel bambino che vive nel proprio corpo non è “perfetto” come si immaginava e si desiderava. Ci sono dei problemi.
Se per alcuni, come nel caso della trisomia 21 (o Sindrome di Down) le possibilità di sopravvivenza subito dopo la nascita sono alte, per altri la speranza di vita dopo il parto – sempre che si riesca a portare a termine la gravidanza – si riduce a poche ore se non minuti.
Ha senso in questo caso scegliere di portare avanti la gravidanza sapendo già che il bambino avrà pochissime ore di vita? Se lo chiedeste ad Elisa, Titti, Cristina, Natascia o Chiara Corbella Petrillo vi risponderebbero che loro non hanno avuto scelta; a loro sono arrivati Benedetto, Benedetta, Maria, Giacomo, Letizia Maria e Davide e li hanno accolti così com’erano, portati nel grembo per nove mesi e stretti tra le braccia fino al loro ultimo istante di vita. Il risultato? Una sovrabbondanza di vita!

Un aiuto fin dall’inizio

Elisa e Benedetto
Elisa con il piccolo Benedetto subito dopo il parto
“Il problema – racconta Elisa – è che quando viene scoperta la malformazione, molti medici, non ti mettono nemmeno davanti alla possibilità di dire no e considerano questo come un incidente di percorso facilmente eliminabile (soprattutto se si è entro la dodicesima settimana di gravidanza) per poi poter pensare immediatamente ad un altro bambino, senza pensare nemmeno un istante alle gravi conseguenze psicologiche che alcune mamme hanno in seguito ad eventi simili – è allo studio attualmente la Sidrome Post Abortiva. Negli Stati Uniti, presso il Columbia University Medical Center, la dottoressa neonatologa Elvira Parravicini, brianzola trasferita a New York, ha fondato il primo Perinatal Hospice per l’accoglienza e la cura dei neonati terminali in cui si segue un protocollo di Comfort Care che accompagna non solo la mamma ed il suo bambino, ma tutta la famiglia in questo doloroso momento; un protocollo facilmente esportabile in Italia, ma che vede il rifiuto da parte di chi ritiene inutile il portare a termine una gravidanza per dare al mondo una vita che, già si sa, sarà brevissima.

Cosa prevede il protocollo di Comfort Care

Secondo il protocollo del Comfort Care la pratica del “conforto” non deve essere riservata solo al piccolo paziente, ma a tutta la famiglia ed è per questo che oltre a prevedere calore, nutrizione e trattamento del dolore per il neonato, vengono predisposte tante altre pratiche per aiutare genitori, fratellini e parenti tutti. Innanzitutto, a discapito delle regole dalla terapia intensiva, il bambino ed i suoi genitori possono essere visitati da chiunque voglia far loro compagnia a qualunque ora del giorno e della notte, è consigliato fare foto e prendere impronte di mani e piedi per avere un ricordo e, per chi lo desidera, si può compiere il rito del Battesimo.
bambini in attesa
In attesa di vedere Benedetto in terapia intensiva. I suoi tre fratelli con i loro amichetti.
Elisa ha partorito il suo quarto figlio, Benedetto, all’Ospedale Maggiore di Cremona dove nessuno aveva mai esplicitamente richiesto di mettere in pratica nulla di simile e sono stati proprio lei e suo marito Giovanni a guidare medici e ostetriche in questo nuovo percorso; hanno inizialmente preso contatto con altre famiglie che ci erano già passate e con la disponibilissima dottoressa Parravicini. “Abbiamo cercato aiuto ed abbiamo trovato degli amici per i quali saremo sempre grati”. In altri ospedali come il villa Betania di Napoli, il Gemelli di Roma (dov’è attiva l’associazione La Quercia Millenaria) e il Sant’Orsola di Bologna, grazie all’impegno di mamme che hanno vissuto sulla propria pelle cosa significa accompagnare un figlio terminale e medici che hanno visto la dignità di quegli sguardi e di quei momenti sono nati protocolli specifici di Comfort Care e c’è tutta la volontà di accogliere donne che hanno capito che per loro non c’era nessuna possibilità di scelta, ma solo la possibilità di accogliere e così hanno fatto.
Suona il telefono di Elisa, è il Cappellano dell’Ospedale di Cremona, cerca lei e Giovanni perché c’è una mamma che ha appena scoperto che il bimbo che aspetta ha una gravissima malformazione e ha bisogno del suo aiuto e del suo conforto. Adesso sono loro ad offrire la propria amicizia agli altri e questo è una grandissima ricchezza – e non l’unica –  che ha lasciato loro in eredità il piccolo Benedetto.

Fonte· unadonna.it

Guardami negli occhi


giovedì 6 novembre 2014

Messaggio per la 37a Giornata per la Vita

I vescovi: «Solidali per la vita»
 
«I bambini e gli anziani costruiscono il futuro dei popoli; i bambini perché porteranno avanti la storia, gli anziani perché trasmettono l'esperienza e la saggezza della loro vita». Queste parole ricordate da Papa Francesco sollecitano un rinnovato riconoscimento della persona umana e una cura più adeguata della vita, dal concepimento al suo naturale termine. È l’invito a farci servitori di ciò che “è seminato nella debolezza” (1 Cor 15,43), dei piccoli e degli anziani, e di ogni uomo e ogni donna, per i quali va riconosciuto e tutelato il diritto primordiale alla vita.

Quando una famiglia si apre ad accogliere una nuova creatura, sperimenta nella carne del proprio figlio “la forza rivoluzionaria della tenerezza” e in quella casa risplende un bagliore nuovo non solo per la famiglia, ma per l’intera società.

Il preoccupante declino demografico che stiamo vivendo è segno che soffriamo l’eclissi di questa luce. Infatti, la denatalità avrà effetti devastanti sul futuro: i bambini che nascono oggi, sempre meno, si ritroveranno ad essere come la punta di una piramide sociale rovesciata, portando su di loro il peso schiacciante delle generazioni precedenti. Incalzante, dunque, diventa la domanda: che mondo lasceremo ai figli, ma anche a quali figli lasceremo il mondo?

Il triste fenomeno dell’aborto è una delle cause di questa situazione, impedendo ogni anno a oltre centomila esseri umani di vedere la luce e di portare un prezioso contributo all’Italia. Non va, inoltre, dimenticato che la stessa prassi della fecondazione artificiale, mentre persegue il diritto del figlio ad ogni costo, comporta nella sua metodica una notevole dispersione di ovuli fecondati, cioè di esseri umani, che non nasceranno mai.

Il desiderio di avere un figlio è nobile e grande; è come un lievito che fa fermentare la nostra società, segnata dalla “cultura del benessere che ci anestetizza” e dalla crisi economica che pare non finire. Il nostro paese non può lasciarsi rubare la fecondità.

È un investimento necessario per il futuro assecondare questo desiderio che è vivo in tanti uomini e donne. Affinché questo desiderio non si trasformi in pretesa occorre aprire il cuore anche ai bambini già nati e in stato di abbandono. Si tratta di facilitare i percorsi di adozione e di affido che sono ancora oggi eccessivamente carichi di difficoltà per i costi, la burocrazia e, talvolta, non privi di amara solitudine. Spesso sono coniugi che soffrono la sterilità biologica e che si preparano a divenire la famiglia di chi non ha famiglia, sperimentando “quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita” (Mt 7,14).

La solidarietà verso la vita – accanto a queste strade e alla lodevole opera di tante associazioni – può aprirsi anche a forme nuove e creative di generosità, come una famiglia che adotta una famiglia. Possono nascere percorsi di prossimità nei quali una mamma che aspetta un bambino può trovare una famiglia, o un gruppo di famiglie, che si fanno carico di lei e del nascituro, evitando così il rischio dell’aborto al quale, anche suo malgrado, è orientata.

Una scelta di solidarietà per la vita che, anche dinanzi ai nuovi flussi migratori, costituisce una risposta efficace al grido che risuona sin dalla genesi dell’umanità: “dov’è tuo fratello?”(cfr. Gen 4,9). Grido troppo spesso soffocato, in quanto, come ammonisce Papa Francesco “in questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell'indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!”.

La fantasia dell’amore può farci uscire da questo vicolo cieco inaugurando un nuovo umanesimo: «vivere fino in fondo ciò che è umano (…) migliora il cristiano e feconda la città». La costruzione di questo nuovo umanesimo è la vera sfida che ci attende e parte dal sì alla vita.

Roma, 7 ottobre 2014
Memoria della Beata Vergine del Rosario

Il Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana
 
Fonte. avvenire.it

martedì 4 novembre 2014

Ama la vita così com'è. Amala pienamente.




di Anna Fusina


Intervista ad Andrea Piccirillo, autore della canzone “Ama la vita”, un meraviglioso inno alla vita.

Andrea, parlaci un po' di te...

Andrea Piccirillo: Sono nato a Rivoli, in provincia di Torino, nel 1988 e mi sono laureato al DAMS (Discipline dell’Arte, della Musica e dello Spettacolo), specializzandomi in Musica. Da qualche anno sono impegnato a tempo pieno in attività lavorative e professionali legate al mondo dello spettacolo, principalmente in qualità di autore, compositore e cantante. Oltre alla musica però coltivo anche la passione per l’animazione e l’educazione. In particolare ho collaborato alla realizzazione di inni e canzoni per diversi Sussidi Estivi Nazionali. Da qualche anno lavoro presso la RAI di Torino in qualità di animatore dei bambini per il programma “Le Storie di Gipo”.

Da quanto tempo scrivi canzoni?

Andrea Piccirillo: Ho scritto la mia prima canzone all’età di 16 anni. Da allora non ho più smesso. Parallelamente studiavo canto e tecnica vocale, ma sentivo dentro di me il forte desiderio di scrivere dei testi che mi appartenessero e piano piano ho intrapreso la strada delle canzoni inedite. Un percorso bello, fatto di grandi soddisfazioni, di fatiche, studio e tanta passione. Mi rendo conto che ogni volta che scrivo una nuova canzone ho la possibilità di comunicare agli altri un messaggio importante e per questo motivo voglio sfruttare al massimo questa opportunità.

Come e quando è nata l’idea di “Ama la vita”?

Andrea Piccirillo: La canzone “Ama la vita” è nata nel 2013, in occasione del concorso Nazionale “Cantiamo la vita” di Pavia. Il bando di concorso invitava tutti gli autori a scrivere un brano che parlasse della vita, argomento molto difficile da trattare, poiché ogni cosa fa parte della vita. Dopo qualche ricerca e riflessione, un giorno su una rivista mi saltò agli occhi una poesia di Madre Teresa di Calcutta che inizia con questa frase: “Ama la vita così com'è. Amala pienamente”. Da quella frase cosi semplice e disarmante iniziò il processo creativo.
Qualche mese dopo ero a Pavia a cantare sul palco questo inno alla vita.

Qual è lo scopo di questa canzone?

Andrea Piccirillo: Come dicevo prima, ogni volta che scrivi una canzone hai la possibilità di comunicare agli altri un messaggio importante. Scrivendo il testo di “Ama la vita”, pensavo alla mia di vita e alla vita delle persone che conosco, fatta di vittorie e di sconfitte, di salite e di discese, e mi rendevo conto che proprio la somma di queste cose, ci rende quelli che siamo. Ognuno può attingere e leggere il testo della canzone sotto più aspetti, ma se dovessi estrapolare un messaggio da consegnare a chi ascolta questa mia canzone direi : “Dobbiamo “Vivere” ogni istante della nostra vita e lavorare per realizzare nostri sogni.”

Ama la vita” è stata premiata più volte...

Andrea Piccirillo: A Pavia, all’interno del Concorso Nazionale “Cantiamo la vita”, la canzone è salita sul podio, piazzandosi al secondo posto. Ma la più grande soddisfazione passa per Roma. Nell'ottobre del 2013 vinco il concorso “Talenti di famiglia” con questo brano ed ho la grande fortuna di cantarlo in Piazza San Pietro, in occasione dell’incontro mondiale delle Famiglie con Papa Francesco. Un’emozione forte e indimenticabile. Oggi questa canzone è inserita all’interno di uno spettacolo sul Vangelo dal titolo “Un secondo per me”, spettacolo di cui sono co-autore ed attore/cantante. Tra i progetti in cantiere anche un CD, dove troverà il suo posto anche la canzone “Ama la vita”.

La vita va pensata con amore, come un dono da custodire”...
Andrea Piccirillo: Sì, spesso ci affanniamo per tante cose materiali come vestiti, viaggi, gioielli e organizziamo nel dettaglio ogni impegno di lavoro, senza risparmiarci. Cosi facendo però trascuriamo molti passaggi quotidiani come la gioia di una chiaccherata, la preghiera, il confronto con un amico, una cena in famiglia. La vita è un dono prezioso che dobbiamo custodire e restituire agli altri con amore.

Oggi, purtroppo, il dono della vita a volte non è accolto e custodito. Pensiamo ad esempio all'aborto e all'eutanasia...

Andrea Piccirillo: Aborto ed eutanasia sicuramente minacciano il significato della vita. Su questi due temi sono stati fatti tanti discorsi, se ne fanno e se ne continueranno a fare. Io penso che la vita sia un dono che va accolto sempre e comunque, anche quando non coincide con i nostri progetti, e va custodito fino alla fine, anche quando si sgualcisce e apparentemente non conta più nulla, perché in fin dei conti la vita è il più prezioso dei doni.

La vita è il tempo che spenderai per dare vita ai sogni tuoi...”
Andrea Piccirillo: Io uso questa frase come slogan delle mie giornate. Di sogni ne ho tanti e cerco di dedicare il tempo che ho a disposizione per realizzarli.
Un saluto ai nostri lettori...

Andrea Piccirillo: Un saluto a tutti e grazie per aver regalato qualche minuto di attenzione alle mie parole. Grazie per avermi dato la possibilità di raccontarmi. Buona musica a tutti.


Riportiamo qui sotto il video ed il testo della canzone:


AMA LA VITA - Testo e Musica : Andrea Piccirillo


Vita, che sorpresa questa vita

Vita, questa vita va pensata con amore

Come un dono da custodire

Come favola da raccontare

Vita, questa vita va aiutata

Vita, questa vita va capita e va vissuta

E non devi aver paura

Questa vita è un avventura

E non devi aver paura

La vita è amore, è calore, è sapore

È il tempo che tu spenderai per dare vita ai sogni tuoi

Vita, che mistero questa vita

Vita, è una sfida questa vita e va affrontata

Con le gioie e coi dolori che dà

Con il bene e con il male che fa

Con il bene e con il male

La vita è amore, è calore, è sapore

È il tempo che tu spenderai per dare vita ai sogni tuoi

Ama la vita così com’è, coi suoi perché

Ama la vita e non smettere mai, di amare mai

Ama la vita è un sogno

La vita è amore, è calore, è sapore

È il tempo che tu spenderai per dare vita ai sogni tuoi

Per dare vita ai sogni tuoi per dare vita ai sogni




venerdì 31 ottobre 2014

Il 'tempio' dell'eterologa e i suoi mercanti

La fecondazione artificiale muove un giro d'affari di proporzioni enormi. Dopo la modifica per via giudiziaria della legge 40, i 'signori del gelo' aspettano di poter investire anche in Italia

 

Roma, (Zenit.org) Federico Cenci 

“Il business dei figli venuti dal freddo”. È l’evocativo titolo dell’inchiesta condotta da Repubblica che ha tolto il velo all’esteso mercato che si cela dietro la pratica della fecondazione eterologa. Voraci aziende sono in trepidante attesa che anche l’Italia - dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha eliminato il divieto di eterologa alla legge 40 - spiani finalmente la strada ai fatturati derivanti dallo stoccaggio, dalla conservazione e dal trasporto di gameti.
Per avere un primo assaggio del tema, è necessario rivolgere l’attenzione oltreoceano. Il competente Journal of the American Medical Association ha pubblicato dei dati capaci di rendere bene l’idea del fenomeno: dal 2000 al 2010, negli Stati Uniti, sono aumentate del 70% le donne - per lo più ventenni - che vendono ovuli. L’offerta di questo esercito di rampanti affariste della bioetica fa gola alla domanda da parte di banche pronte a congelare e a rivendere.
Tra gli acquirenti, non solo aspiranti genitori, poiché ovociti e spermatozoi fanno gola anche alla ricerca scientifica che utilizza le staminali. “Conservare un campione di seme o di ovociti - si legge nell’inchiesta di Repubblica - vuol dire pagare dai 100 ai 500 euro l'anno, per anni”. Ne sanno qualcosa, negli Stati Uniti, la Apple e Facebook, aziende recentemente balzate agli onori delle cronache per aver proposto alle proprie dipendenti - assumendosi le ingenti spese - di congelare gli ovuli e rimandare la maternità per dedicarsi al lavoro.
E in Europa invece? Molti centri si affidano a piccole banche o a cosiddetti service. Josè Remohì, presidente della rete dei centri spagnoli Ivi, spiega che con 12 ovociti fecondati e trasferiti l'esito positivo della gravidanza è del 40%, ma con 30 si sale all'80%. Un bel giro d’affari, che rischia però d’incrinarsi laddove l’Italia dovesse “aprire” ufficialmente alla pratica, in quanto il 63% della domanda è di provenienza italiana. Motivo per cui centri come l’Ivi stanno valutando seriamente di aprire sedi nel nostro Paese.
Non molto tempo fa quelli che Repubblica chiama “i signori del gelo” si sono riuniti in un progetto, “una new company privata in uno spazio pubblico, l’Università di Roma a Tor Vergata”, concessionaria con Cryolab. Quest’ultima è l’unica struttura in Italia che ha finora ottenuto il nullaosta del ministero della Sanità per la qualificazione di trasporti di gameti. Come afferma sornione Francesco Zinno, direttore medico di Cryolab, “l’eterologa sicuramente prevedrà che ci sarà un andirivieni di campioni” di gameti, spermatozoi, ovociti e tessuto riproduttivo.
“Andirivieni” che farebbe piovere parecchi soldi. Sempre dalle inchieste condotte negli Stati Uniti, risulta infatti che società come la Nordic Cryobank, specializzata per il liquido seminale, e la spagnola Ovobank richiedono circa 3mila euro per sei ovociti, più mille euro di trasposto, 250euro per un campione di liquido seminale. Il costo complessivo finisce così per toccare e superare i 7mila euro per una fecondazione in vitro con donazione.
Nel corso del question time in Parlamento di ieri, il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha risposto sul tema dell’eterologa spiegando che, “attesa la delicatezza della materia anche sotto il profilo etico”, si è scelto di non procedere con un provvedimento d’urgenza bensì di rimettere la questione all’iniziativa parlamentare. I “signori del gelo”, intanto, aspettano e sperano.


Fonte: zenit.org