domenica 14 settembre 2014

20 settembre 2014, Vita è a Verona

vita è convegno

Il primo convegno nazionale della neonata associazione Vita è sarà il prossimo 20 settembre a Verona. Un occasione di dibattito e confronto intorno a vita, famiglia e educazione, per approfondire e capire.  L’appuntamento sarà anche l’occasione per alcune tavole rotonde a cui parteciperanno politici e  giornalisti.
Vita è: Si tratta di un nuovo soggetto che ha come fine quello di mettere insieme tante persone e realtà che si battono, in modi diversi, sia sul fronte dell’impegno caritativo che sul fronte culturale e giuridico, per la promozione e la difesa della vita e della famiglia.
Mai come oggi c’è bisogno di tornare a dire, forte, chiaro, nel modo più unitario possibile, che la vita è bella! Che la vita è un dono! Che la vita va promossa e difesa, sempre e comunque! Occorre dirlo in tutti i modi possibili. In famiglia, a scuola, nelle aule dei tribunali e dei parlamenti, nelle accademie e negli ospedali. Per riaffermare il senso della nostra esistenza terrena; per ridare valore alle parole e ai concetti che hanno fatto grande la nostra civiltà: verità, carità, persona, rispetto… Vita, allora, è famiglia; vita è comunità; vita è rispetto della persona umana; vita è riconoscimento della trascendenza; vita è una medicina che cura e non che uccide; vita è amore e rifiuto della cultura dello scarto, del nichilismo e del relativismo.
Di seguito il programma della giornata a Verona:
- ore 10:45 Vita è… partecipazione. Tavola rotonda sui temi della vita e della famiglia. Partecipano Mario Adinolfi (cofondatore Pd), Lorenzo Fontana (Lega Nord), Federico Iadicicco (FDI), Eugenia Roccella (NCD). Modera: Francesco Ognibene (Avvenire)
- ore 14:30 Vita è… paternità e maternità. Massimo Gandolfini (Presidente Vita è) – L’adozione
- ore 15 Vita è… responsabilità e amore. Renzo Puccetti (Vice Presidente Vita è) – L’Humane Vitae: un’enciclica profetica
- ore 15:30 Vita è… educazione. Gianfranco Amato (Presidente Giuristi per la Vita) – Il gender a scuola
- ore 16 Vita è… leggi che tutelano vita e famiglia – Simone Pillon (Forum Associazioni Familiari) e Carlo Amedeo Giovanardi (NCD) – I punti caldi oggi in Parlamento (eterologa, divorzio breve…)
- ore 16:30 Vita è…solidarietà. Emmanuele e Venere Di Leo (Steadfast Onlus) – Un’isola nigeriana: l’aiuto all’Africa nell’era di facebook e Boko Haram
- ore 17:45 Tavola rotonda conclusiva. Partecipano Toni Brandi (giornalista), Raffella Frullone (giornalista), Stefano Lorenzetto (giornalista), Luigi Amicone (direttore “Tempi”). Modera: Luca Volontè
Luogo:
Basilica di Santa Teresa del Bambin Gesù, Via Volturno 1, Verona (Sala Piccola via)
(uscita Verona sud, direzione Fiera, 3 semafori, al III a dx). E’ prevista presenza di alcune baby sitter

ps  il 20 verrà presentata Steadfast, che si occupa di Africa: 

La Nigeria è un paese dilaniato dagli attentati islamici contro le comunità cristiane; un paese sotto l’attacco delle ideologie antinataliste di provenienza occidentale e dell’Islam radicale. Conta 143 abitanti per km/q, contro i 16.689 del Principato di Monaco, i 6.356 di Hong Kong, i 478 di san Marino, i 337 del Giappone, i 248 del Regno Unito, i 231 della Germania…
Ebbene Emanuele Di Leo, presidente della Steadfast Foundation, che si occupa di aiuto allo sviluppo, nel suo recente viaggio in Nigeria, insieme alla moglie, si imbatte, tramite facebook, in una religiosa italiana, suor Enza, che vive, da sola, sull’isola di Igbedor, vicino al delta del Niger. Qui si adopera come può per assistere una popolazione di circa 8000 persone senza corrente, nella miseria e nell’ignoranza, che bevono l’acqua sporca del Niger, da cui è più facile contrarre malattie che vita…
Su 8000 abitanti, circa 5000 sono bambini! Perché così tanti bambini, non in assoluto, ma rispetto al numero degli adulti? Perché la poligamia, l’assenza di rispetto versa la figura femminile, porta alla nascita di tante creature di cui nessuno può prendersi cura. Suor Enza vive qui, per portare Cristo, e, con Lui, un altro modo di vedere la relazione tra uomo e donna e il dono della vita. E gli amici della Steadfast, dopo averla incontrata, hanno deciso di non abbandonarla: cercheranno di portare depuratori per l’acqua , generatori di corrente, scuola, sanità…

Fonte:libertaepersona.org

Vita è: primo convegno nazionale

convegno vita est

sabato 13 settembre 2014

Norlevo, la pillola "potrebbe" essere abortiva

di Gianfranco Amato 

13-09-2014 
Pillola
Il 29 maggio 2014 la Sezione Terza-quater del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, con l’ordinanza n. 2407/2014, ha respinto la richiesta di sospensione degli effetti del provvedimento dell’Aifa sul farmaco Norlevo, la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, affermando che «non sussistono, sotto il profilo del fumus, i presupposti per l’accoglimento della proposta istanza cautelare avuto presente, in linea con quanto evidenziato dalle resistenti amministrazioni, che recenti studi hanno dimostrato che il farmaco Norlevo non è causa di interruzione della gravidanza». Questo era il giudizio tranchant e lapidario dei giudici amministrativi di primo grado.
I Giuristi per la Vita e l’associazione Pro Vita Onlus hanno deciso di impugnare quell’ordinanza avanti il Consiglio di Stato. Ieri, 11 settembre, a Palazzo Spada si è tenuta l’udienza di discussione. I giudici di secondo grado hanno emesso l’ordinanza n.4057/2014, dimostrando una maggior capacità riflessiva rispetto ai colleghi del TAR. Per comprenderlo basta leggere il seguente passo del provvedimento:
«Considerato che la questione coinvolge aspetti complessi anche sul piano tecnico, che non possono essere adeguatamente approfonditi in una fase cautelare e che in particolare devono necessariamente essere chiariti in sede di merito le seguenti questioni:
 - se l’affermazione contestata dalle appellanti (“Non può impedire l’impianto nell’utero di un ovulo fecondato”) nel foglio illustrativo per gli utenti sia coerente con i risultati degli studi sottostanti da riportare nel riassunto delle caratteristiche del prodotto, strumenti di primaria rilevanza per l’informazione del medico;
- se il documento impugnato derivi da una modifica di autorizzazione all’immissione in commercio di un medicinale correttamente rilasciata secondo la procedura di reciproco riconoscimento che coinvolge le valutazioni di più autorità sanitarie nazionali in ambito comunitario;
 - se in tal caso sussistano le fondate ragioni di tutela della salute pubblica – richieste dalla direttiva CE 2001/83 (CE – per rifiutare quanto deciso a livello comunitario);
- se deve attribuirsi rilevanza al recente comunicato del 24 luglio dell’Agenzia europea dei medicinali secondo il quale i medicinali a base di“levonorgestrel” agiscono bloccando e/o ritardando l’ovulazione, senza fare alcun riferimento a effetti sull’impianto nell’utero dell’ovulo fecondato».
Nulla di scontato, quindi, sul piano scientifico, come pareva invece ai giudici di primo grado. Se è vero che il Consiglio di Stato ha respinto la richiesta di sospensiva del provvedimento poiché la complessità della vicenda non consente una decisione nella fase cautelare, è altrettanto vero che l’ordinanza di ieri, in realtà, riapre i giochi e rimette in discussioni le granitiche certezze scientifiche dei magistrati del TAR Lazio. L’Aifa non potrà più trincerarsi dietro l’apodittica affermazione secondo cui «il farmaco Norlevo non è causa di interruzione della gravidanza», assunto sbrigativamente fatto proprio dai giudici amministrativi romani. Almeno su questo punto il Consiglio di Stato pare inequivocabilmente chiaro.

Fonte: lanuovabq.it

giovedì 11 settembre 2014

Sla, il racconto di un padre: "I figli mi stanno donando una seconda vita"



Redattore Sociale del 09-09-2014

Sla, il racconto di un padre: "I figli mi stanno donando una seconda vita"

Per Riccardo, 39 anni, i primi sintomi 6 anni fa, poco dopo la nascita della prima figlia. Nel pieno della malattia, è diventato padre per la seconda volta. Oggi è paralizzato e non parla, ma "la semplicità dell'amore dei propri figli può abbattere qualsiasi barriera".

ROMA. Riccardo ha 39 anni, due figli piccoli e da 4 anni è “prigioniero del suo corpo”: la Sla ha mostrato i suoi primi segni 6 anni fa, poco dopo la nascita della prima figlia, “orgoglio indescrivibile”. Oggi, i suoi figli può accarezzarli solo con gli occhi: gli stessi occhi attraverso cui comunica con loro e con il mondo. Ma “la carica di essere padre e marito – assicura - supera la paurosa vita da affrontare e la semplicità dell’amore dei propri figli può abbattere qualsiasi barriera”.

Così, proprio in questi giorni, mentre la Sla urla la propria esistenza attraverso le mediatiche “docce gelate”, Riccardo rompe il suo silenzio per affidare al comunicatore oculare la sua testimonianza di malato “silenzioso” e raccontare, in poche righe, la vita reale di chi, quella “doccia gelata”, l’ha avuta davvero. Le sue parole sono raccolte da Anna Fusina per “Gli amici di Lazzaro”.

“Avevo solo 33 anni quando iniziarono i primi sintomi, ma mai nessuno avrebbe pensato a quale tragedia sarei andato incontro – racconta Riccardo - Io e mia moglie avevamo coronato la nostra unione dando la vita ad una bimba bellissima: un orgoglio indescrivibile. Nel frattempo i mesi passano e la malattia continua il suo corso, si passa da un ospedale all’altro, con la speranza che la diagnosi cambi! Nostra figlia intanto cresce velocemente, e lei, così piccina, mi dà così tanta carica di vita che a volte mi scordo addirittura della malattia”. Il tempo passa e la malattia compie il suo cammino, implacabile: “malgrado la vistosa decadenza del fisico, non demordo. Mia moglie rimane incinta del secondo figlio, da noi voluto, anche contro il parere dei medici, che ce lo sconsigliavano onde evitare ulteriori problemi”.

Riccardo diventa quindi papà per la seconda volta, mente la sua “disabilità grave avanza senza guardare in faccia nessuno”, ma “i mesi passano, i bimbi crescono, e io peggioro più velocemente di quello che si pensi. La Sla é riuscita ad annientarmi totalmente. Lei ti toglie tutto così, senza scrupoli, lasciandoti totalmente lucido da guardare cosa ti riesce a fare. In noi, malati di Sla, lo scorrere del tempo fa sì che il nostro corpo diventi un estraneo al nostro animo”. Il pensiero, però, “non si ferma mai – assicura Riccardo - e ritorna a quando da bambino correvo nei prati spensierato, pieno di energia e con tanta voglia di diventare grande, o al giorno in cui ho visto per la prima volta mia figlia e l’ho stretta tra le mie braccia o a quel figlio che solo con una mano avevo potuto accarezzare, perché la Sla non mi permetteva altro. Niente vacanze al mare, nessuna corsa in bicicletta, nessun bacio e carezza posso più dare ai miei figli… Nessun semplice gesto mi è più concesso, nemmeno di piangere per poi asciugarmi le lacrime, perché sono gli altri che devono asciugarle a me!”.

E’ una condizione drammatica, che “porta più della metà dei malati a scegliere di non vivere”, riferisce Riccardo, che oggi muove solo gli occhi, respira grazie a un ventilatore meccanico e mangia tramite un sondino. “Questa é la Sla – osserva Riccardo - una malattia senza cura, ma che io ho scelto di combattere, perché la carica di essere padre e marito supera la paurosa vita da affrontare e la semplicità dell’amore dei propri figli può abbattere qualsiasi barriera. Loro mi stanno facendo vivere la mia seconda vita attraverso la loro semplicità di amare. Ringrazio mia moglie e i miei figli per avere dato la vita a un papà prigioniero del suo corpo”. (cl)

Fonte: agenzia.redattoresociale.it
 

No ovuli, no party: congelatori in vendita in America

Dilagano negli Stati Uniti le campagne per convincere le donne a pianificare, a tutti i “costi”, la maternità

 



Il business della ricostruzione dell’orologio biologico è lì, dietro l’angolo. La scienza permette, lo sappiamo, di congelare gli ovuli della donna e di utilizzarli in seguito. O meglio, provare ad utilizzarli, dato che il numero di donne che rimane incinta grazie a questa tecnica è inferiore al 10%, come ha dichiarato Lord Robert Winston, il “mago” della fecondazione assistita. Ciò nonostante, la EggBanxx usa toni promettenti nelle campagne promozionali dei suoi grandi eventi, i cosiddetti “Congelamento degli ovuli party” – il prossimo “Let’s Chill” (“Congeliamoli”) sarà a New York – nel chiedere alle donne 8.000 dollari per l’intervento, più 1.000 all’anno per l’affitto del congelatore, in cambio di una presunta possibilità di pianificazione di tempi, carriera e rapporti con gli uomini in relazione alle proprie voglie di maternità. Ancora una volta da un reparto marketing, in questo caso quello della EggBanxxx, giunge l’incoraggiamento pressante ad assumere nuovi modelli antropologici. Parla ad Aleteia dei rischi di tutto questo la professoressa Paola Ricci Sindoni, docente di Filosofia Morale all’Università di Messina e direttore nazionale dei Quaderni di “Scienza & Vita”.

Che ne pensa di questa proposta?

Ricci Sindoni: La cosa più semplice sarebbe fare valutazioni etiche su questa nuova e un po’ bizzarra modalità di presentare la maternità come un bazar, un grande magazzino dove puoi al tempo opportuno trovare un figlio. Io vorrei fare un discorso che va a monte e che riguarda il fatto che si va sempre più diffondendo l’idea che l’unica forma valida di argomentazione razionale sia quella della tecno-scienza, che non viene mai messa in dubbio dalle persone, le quali sempre meno si fermano a pensare se le possibilità di successo siano alte o basse, se vale la pena spendere tanti soldi per un’impresa di questa genere. Si ragiona così: è possibile fare questa cosa tecnicamente? Sì, e allora la si fa. Questo passaggio immediato non tiene conto che l’argomentazione delle tecno-scienze dovrebbe essere accompagnata da altri tipi di argomentazioni, ad esempio di tipo giuridico, sociale, religioso, valoriale. Tutti questi punti di vista partecipano di una visione più globale. Il fatto che continuiamo anche noi, gente comune, a dare sempre per buono come un dogma l’accettazione di quello che fa la scienza, indica che siamo ormai a una svolta epocale. In realtà non tutto quello che si può fare tecnicamente lo si deve fare, perché la tecnica è uno strumento, ma non si lascia coinvolgere dal fine. Per evitare i paradossi impliciti in proposte come questa che arriva dagli Stati Uniti bisognerebbe decostruire l’idea che la tecno-scienza sia l’unica via per ragionare, per conoscere, per valutare. Da sola, la tecno-scienza ti porta al marketing e all’aspetto economico: queste donne spendono tanti soldi – e si parla infatti di truffa – per avere percentuali molto basse di successo.

C’è un corto circuito tra valori universali come la maternità e tendenze culturali ed economiche che invece sono nazionali?

Ricci Sindoni: Anche in America si dovrebbe imporre un modello culturale più comprensivo, su questa cosa come su molte altre. Perché è vero che la tecno-scienza ci può portare domani ad avere – perché tecnicamente si può fare – un utero artificiale per l’uomo in maniera tale che possa anche lui avere nove mesi di gravidanza e partorire. Però, mi chiedo, si deve fare? Questo è il punto. C’è un limite oltre al quale non dico si debba dire moralisticamente basta, ma occorre far intervenire altre argomentazioni. Questo non si fa, e ci troviamo in una corsa al massacro dove vince questo modello dogmatico della tecno-scienza. Bisognerebbe correre ai ripari e creare un sentire comune di fronte al dogma della scienza, che c’è anche da noi. Non bisogna tanto parlare di modelli culturali diversi: certo, noi abbiamo una cultura umanistica più radicata e lì certi modelli sono più galoppanti, ma bisogna parlare di limiti della scienza. Se non si pongono paletti si potrà fare qualunque cosa: trapiantare il cervello di un maiale in un bambino perché malato. Si dirà: in fondo è malato, perché non lo si può fare?

Il problema è l’alleanza tra economia e scienza, che ha dominato il XX secolo?


Ricci Sindoni: Assolutamente sì. E questa alleanza andrebbe sciolta, perché porta a una corsa contro l’umanizzazione dell’uomo: noi infatti abbiamo una donna che diventa una macchina, un computer, che si programma, che deposita un ovulo, poi lo va a ritirare dopo dieci mesi. Così si perde di vista l’idea stessa di maternità. Io non credo si debba imporre un modello antico di maternità: la cultura evolve, perché evolvono i sistemi giuridici, quelli religiosi, quelli valoriali. Ma tutte queste cose andrebbero viste insieme altrimenti si giunge a disumanizzare l’uomo; così la tecno-scienza prende il sopravvento sull’uomo stesso, l’uomo perde il controllo su sé stesso, costruisce la bomba atomica e si uccide. Occorre costruire modelli culturali diversi, non dico confessionali o morali, ma anche razionali, che siano il più possibile ampi perché siamo in una realtà complessa.

Lei vede le donne particolarmente vulnerabili di fronte a questi nuovi modelli?

Ricci Sindoni: Io penso che - ahimè - il modello femminista è ormai molto e sepolto perché quel modello femminista degli anni Ottanta e Novanta non ha più ragione d’essere. Per questo si impone un modello femminista di autonomia anche nei confronti dell’idea della relazione, dell’immaginare un progetto di genitorialità nei confronti del figlio, del legame con un uomo con cui avere un figlio. E a mio avviso questo è quello che fa dire ad una Angelina Jolie che poiché è una grande seccatura aspettare secondo i ritmi naturali l’arrivo di un figlio è molto meglio sottoporsi alla fecondazione assistita. Questo significa che non vuoi più avere un figlio con quell’uomo, ma preferisci che la scienza prenda il tuo posto nel tuo rapporto con lui. Più che una fragilità questo testimonia una volontà di potenza della donna che vuole un figlio, poi se l’uomo c’è o non c’è che importa, ci penserà la scienza.

In Italia questo modello femminile è in espansione?

Ricci Sindoni: No, direi che questo tipo di proposta sembra ancora – detta in termini un po’ banali – un’americanata. Però se il trend a cui accennavo prima continua tutto è possibile. Ci scandalizzavamo dell’utero in affitto, ma se l’adozione verrà concessa anche alle coppie gay si affermerà anche l’idea dell’utero in affitto. L’eterologa che non era voluta – anni fa abbiamo fatto un referendum – è arrivata. Quindi, magari con qualche resistenza in più, arriverà anche questa se non ci si muove a livello culturale. Di fronte ad una trasformazione epocale come questa occorre decostruire proprio il potere della tecno-scienza. Se questo non succede ne vedremo altre, e tra qualche anno non mi sorprenderebbe che anche in un hotel di Roma si arrivasse ad organizzare un evento del genere.   

Partorire con l'arte, l'arte di partorire

Al via un originale ciclo di dibattiti sulla maternità promosso dal MAXXI di Roma

Roma, (Zenit.org) Maria Gabriella Filippi 

Collegare il museo alla sala parto, perché il museo, che è fucina dell’arte e del pensiero, è un luogo molto simile a quello in cui viene alla luce la più grande opera d’arte, la vita di un nuovo essere umano.
Questo è il connubio perfetto formulato da Antonio Martino, ginecologo del Fatebenefratelli di Roma e collezionista e cultore di arte contemporanea, il quale grazie alla collaborazione con la psicologa dell’arte Miriam Mirolla, docente presso l’Accademia delle Belle Arti di Roma, ha ideato la realizzazione del progetto intitolato Partorire con l’arte ovvero l’arte di partorire.
L’iniziativa che ha preso il via venerdì 5 settembre, si svolgerà in altri cinque incontri a cadenza settimanale: uno per ogni fase della gravidanza, dal concepimento fino al parto.
Il primo appuntamento svoltosi venerdì scorso presso il museo MAXXI di Roma è stato dedicato all’“annunciazione della gravidanza” e al suo primo trimestre. La visione di sculture, opere di street art, video e audio installazioni si è intrecciata ai contributi di medici, artisti e storici dell’arte: sono intervenuti la biologa Irene Martini, l’artista Donato Piccolo, la genetista Maria Lisa Dentici e l’ostetrica e poetessa Silvia Battistini.
Da Giotto alla Madonna del parto di Monterchi, affresco di Piero della Francesca e opera ispiratrice di questo progetto, a Beato Angelico e ai fiamminghi, per giungere alla ‘Gravida’ di Aurelio Bulzatti e ad altri contemporanei come Luigi Ontani, sono tante le opere d’arte incentrate sul tema dell’annunciazione di una gravidanza; le loro radici sono rintracciabili in testimonianze letterarie sublimi - la prima di tradizione romana pagana, è la narrazione di Apuleio del mito di Amore e Psiche; per non parlare dell’insuperabile racconto dei Vangeli, con l’apparizione dell’angelo a Maria, segno indelebile per l’intera cultura occidentale.
“La sala travaglio è il mio pane quotidiano”, ha spiegato Martino durante l’incontro. Innamoratosi dell’arte contemporanea 25 anni fa, il medico ha avuto l’idea di condividere la sua passione e le sue conoscenze con le partorienti, le neo mamme e i papà, con l’obiettivo di allentare l’eccessiva medicalizzazione della gravidanza e di restituire lo stupore e la serenità nel vivere la bellezza di questo evento irripetibile.
In un periodo storico in cui viene penalizzata la maternità, la coppia e la famiglia, in cui la gravidanza sembra essere vissuta come un’attesa a cui di dolce è rimasto ben poco e che assomiglia sempre più ad una condizione patologica, questo percorso vuole avere la funzione di abbassare il livello dell’ansia e della tensione, fino a contribuire alla prevenzione della depressione post parto.
“Come ginecologo – ha raccontato Martino - ho fatto nascere almeno cinquemila bambini e con tutto questo vissuto in prima persona, difficile e pieno di responsabilità ma meraviglioso, mi sono reso conto che a questa esperienza straordinaria mancava quella dimensione filosofica e artistica che fosse in grado di far apprezzare ancora con più forza e coscienza, alle donne e alle loro famiglie, l’esperienza della gravidanza”.
“In fondo - ha concluso il ginecologo - pure noi ginecologi siamo degli artisti, perché in alcuni casi le decisioni da prendere, pure quelle difficili” ma “mai andando contro i protocolli, nascono sicuramente da sensibilità, capacità ed intuito personali”.

 

giovedì 4 settembre 2014

Eterologa, ma chi tutela il bambino?

 04/09/2014  Le linee guida approvate giovedì dalla Conferenza delle Regioni non solo non tutelano il nascituro, la parte più debole di una partita dove gli interessi economici sono altissimi, ma rischiano di rivelarsi un favore ai centri privati che potranno partire sostanzialmente senza regole

di  Antonio Sanfrancesco

Lungi dal fugare ogni dubbio sull’eventualità che si scateni un vero e proprio business, leggendo il documento che contiene le linee guida sulla fecondazione eterologa – approvate giovedì mattina all’unanimità dalla Conferenza delle Regioni – si aprono in realtà nuovi,preoccupanti interrogativi che dimostrano, ancora una volta, come la via maestra per regolare questa materia delicatissima, dopo la sciagurata sentenza della Corte Costituzionale dello scorso aprile che ha ribaltato la legge 40, è quella di una legge discussa e votata dal Parlamento, come ha più volte sostenuto anche il ministro della Salute Beatrice Lorenzin.
Temi cruciali come questi non possono essere lasciati alla decisione di tecnici e assessori alla Sanità o a un accordo, giuridicamente fragilissimo, tra i presidenti delle Regioni. L’accelerazione di queste ore impressa dalle stesse Regioni non tiene conto dell’interesse esclusivo del nascituro, la parte più debole di una partita dove gli interessi, a cominciare da quelli economici, sono tanti e ben veicolati dalle varie lobby che vogliono meno regole possibili e fare tutto in fretta.


I rischi per la salute per chi "dona" i gameti e la possibilità del business

Spulciando il documento, dicevamo, le perplessità aumentano. Quando si parla delle donatrici di gameti femminili, ad esempio, si premette che: «La donazione degli ovociti richiede stimolazione ovarica con monitoraggio e recupero degli ovociti. Comporta quindi, a differenza della donazione di gameti maschili, considerevoli disagio e rischi per la donatrice». Poi ecco il consiglio: «È fortemente raccomandato per la donatrice degli ovociti e per il suo partner (se esistente) una valutazione e consulenza psicologica fornita da un professionista». Tutte le donatrici di ovociti, precisa ancora il documento, «devono essere informate esplicitamente dei rischi e degli effetti collaterali annessi alla stimolazione ovarica e recupero degli ovociti; questa consulenza deve essere documentata nel consenso medico informato». Poi si sottolinea che la donazione è un «atto volontario, altruista, gratuito» e che «non potrà esistere una retribuzione economica» anche se «non si escludono forme di incentivazione». Di che tipo non si sa.

Domanda: perché una donna dovrebbe sottoporsi gratuitamente (o una qualche “incentivazione”) ad una pratica così invasiva e rischiosa per il proprio corpo qual è quella della stimolazione ovarica? Non c’è il rischio che dietro la presunta gratuità o il paravento del rimborso spese nasca e si sviluppi un vero e proprio mercato e magari lo sfruttamento di donne costrette alla “donazione” dalla propria povertà?

E sul piano psicologico che conseguenze avrebbe, all’interno della relazione di coppia, l’eventuale decisione di uno dei due partner di donare i propri gameti per il solo «“bene della salute riproduttiva” di un’altra coppia», come recita il documento?

Il rebus dei costi

 
Poi una certa mentalità eugenetica fa capolino allorché si legge che «Non esiste un metodo per garantire in maniera assoluta che nessun agente infettivo possa essere  trasmesso attraverso la donazione di ovociti. Comunque le seguenti linee guida, combinate con un adeguata anamnesi e l’esclusione di soggetti ad alto rischio per HIV e altre malattie sessualmente trasmissibili, possono significativamente ridurre tali rischi». Segue un lungo elenco di esami a cui l’aspirante donatrice dovrà sottoporsi per poter essere ammessa a donare.

Un altro aspetto poco chiaro sono i costi a carico del Servizio sanitario nazionale.
Sarà gratuito per le donne che non superano i 43 anni di età mentre tutte le altre, se vorranno iniziare la pratica, dovranno mettere mano al portafogli. Domanda: ma se, come dice la Consulta, avere un figlio è un diritto «incoercibile» perché lo Stato non dovrebbe impegnarsi a garantirlo, al minor costo possibile con il pagamento del ticket o addirittura gratis, a tutti?

E siccome una procedura di fecondazione eterologa ha costi enormi, che vanno dalle indagini di screening per la selezione dei donatori al test del seme, dall'eventuale rimborso per le giornate di lavoro perdute dei donatori al costo dei farmaci per l'induzione all'ovulazione, il Servizio sanitario nazionale è in grado di sostenere, in tutto o in parte, tutti questi costi?

Conoscere il donatore è un diritto del bambino nato da eterologa

Poi c’è la questione della possibilità del nato di chiedere, dopo i 25 anni di età, di conoscere l’identità del donatore se questi è d’accordo. L’accordo raggiunto dalle regioni non affronta questo problema, forse perché si è consapevoli della difficoltà di farlo e del fatto che, ancora una volta, tocca a una legge normare questo aspetto.

È evidente che, se si vogliono tutelare i figli dell’eterologa, occorre fare una legge che riconosca loro il diritto di conoscere le proprie origini genetiche sia per un motivo psicologico che per un motivo strettamente medico. Solo conoscendo i propri genitori genetici, infatti, il bambino potrà conoscere le patologie o i rischi di contagio di alcune patologie genetiche.

Senza dimenticare che, come dimostrato da diversi studi psicologici, i bambini nati da eterologa, esattamente come quelli adottati, una volta divenuti adulti hanno il desiderio fortissimo di risalire alle loro origini e conoscere chi li ha generati.   Ecco perché l’accordo nella Conferenza delle regioni non basta e senza un tempestivo intervento del Parlamento rischia di rivelarsi un grosso assist ai centri privati che in questo modo potranno partire in una situazione di sostanziale deregulation. A farne le spese, come sempre, è soggetto debole, cioè il figlio. 

Fonte: famigliacristiana.it