mercoledì 26 agosto 2015

Bimbi Down, Ohio pronto a frenare sull'aborto



 


di Elena Molinari 
 

Presto l’Ohio avrà una legge che proibisce l’aborto volontario in seguito a una diagnosi prenatale di sindrome di Down. L’Assemblea legislativa dello Stato americano dovrebbe approvare la misura già a settembre, grazie all’appoggio di due terzi dei rappresentanti di entrambe le Camere. Anche se il governatore John Kasich, un repubblicano in corsa per la presidenza, non ha ancora preso posizione, la sua opposizione all’interruzione di gravidanza è nota, e dalla sua elezione nel 2010, ha firmato una serie di restrizioni all’aborto.

Mike Gonidakis, il presidente dell’Associazione per il diritto alla vita dell’Ohio, ha detto che il suo gruppo ha fatto del disegno
di legge una priorità, perché la sindrome di Down è così facilmente diagnosticata durante la gravidanza da portare all’aborto quasi automaticamente. Negli Stati Uniti, tra il 60 e il 90 per cento delle diagnosi prenatale di sindrome di Down portano all’aborto, stando a ricerche condotte tra il 1995 e il 2011.

Ma i difensori dell’aborto sostengono che una tale legge violerebbe la sentenza con cui la Corte Suprema americana nel 1973 stabilì il diritto della donna di interrompere una gravidanza fino a quando il feto può sopravvivere fuori dall’utero. Fanno anche notare che la legge riconosce il feto come persona, un principio non ammesso dall’ordinamento statunitense.

Nel corso degli ultimi quattro decenni, decine di Stati Usa hanno disciplinato l’accesso all’aborto, limitando il periodo di tempo
durante il quale è legale. Le leggi che lo vietano sulla base delle motivazioni della madre sono molto meno comuni.

Il precedente più simile è quello del Dakota del Nord, che nel 2013 rese illegale un aborto a causa di anomalie genetiche del feto, inclusa la sindrome di Down. Nessuna causa legale ha sfidato finora il provvedimento. Indiana, Missouri e Dakota del Sud hanno considerato leggi simili quest’anno. E sette Stati – Arizona, Kansas, Carolina del Nord, Dakota del Nord e del Sud, Oklahoma e Pennsylvania – proibiscono l’aborto se il motivo è la selezione del sesso del nascituro. Nel 2012, la Camera dei rappresentanti federale Usa ha respinto una misura simile. L’Arizona vieta anche l’aborto quando il medico sa «che è stato cercato in base al sesso o alla razza del bambino».

Fonte: avvenire.it

lunedì 17 agosto 2015

Cresce l'assuefazione alle madri-schiave







di Assuntina Morresi

giovedì 9 luglio 2015

Sindrome di Down, nel giorno della sua maturità… una lettera a una bimba nata


Silvia e la sua mamma 
Cento centesimi al Liceo delle scienze umane Virgilio di Milano. Silvia Barbarotto, ventenne con sindrome di down è oggi matura e la sua mamma le ha regalato una lettera con emozioni uniche che ha deciso di condividere con noi di Invisibili.
Silvia Barbarotto
Silvia Barbarotto
«Per quanto tempo ti abbiamo cercata, piccola. Ti volevamo, ti chiamavamo, ma tu esitavi, non eri mai pronta a farti avanti. E intanto passavano i mesi e crescevano l’ansia e lo sconforto dell’attesa. Poi, trascinata dai primi odori di un Natale, ho smesso di contare i giorni e ho lasciato di nuovo liberi il cuore, il corpo, il pensiero. E tu, dal tuo piccolo pianeta lontano, hai sorriso: ti arrivava finalmente un richiamo vero, sentivi che si era creato lo spazio per te e così per quel Natale ti sei annunciata».
Abbiamo allora incominciato il nostro grande viaggio insieme. Una gravidanza splendida che ci siamo centellinata e goduta reciprocamente. Tu nel tuo nido morbido e protetto succhiavi linfa per crescere e formarti fisicamente. Io, il tuo nido, succhiavo attraverso di te emozioni e sensazioni mai provate prima. Mi hai permesso, attraverso quel percorso, di scoprire la potenza dell’essere donna, la potenza e la gioia della femminilità, la consapevolezza di un corpo morbido. Ma anche un percorso così ricco di sensazioni e scoperte, così intenso e meraviglioso deve concludersi e si avvicinava il momento di separarci. Io non avrei mai voluto che arrivasse, ero così orgogliosa di mostrarci, così felice di quel rapporto privilegiato tra noi due.
Devo confessare che ero anche piuttosto in ansia di fronte al pensiero di te realmente presente. Una persona nuova, sconosciuta da accudire e proteggere. Forse, per la prima volta, non riuscivo proprio a immaginare come sarebbe stata la vita dopo. Gli ultimi giorni di attesa, per arrivare alla data presunta per il parto, sarebbero stati sicuramente molto combattuti, e tu hai evitato tutto questo prendendomi in contropiede anticipando il nostro incontro di ben sedici giorni.
Ci è stato concesso un parto splendido, in ospedale, ma con la stessa atmosfera che avremmo potuto avere se fossimo state a casa. Solo noi due, il papà e un’ostetrica bravissima, che era già un’amica e che da allora chiamiamo zia. Abbiamo avuto a disposizione il giusto tempo e una mole adeguata di lavoro per salutarci, per prendere coscienza che stavamo per lasciarci, ma che nel contempo stavamo anche per conoscerci.
Durante quel lungo saluto, attraverso quell’abbraccio ritmico e fortissimo, ho scoperto che potevo abbandonarmi fino in fondo, che potevo affidarmi, che sapevo anche vivermi da dentro. Tu avevi una gran fretta di nascere. Ricordo bene il tuo scalciare, il mio assecondarti col respiro, le nostre spinte, la tua testina piena di lunghi capelli neri che già urlava perché ti liberassi tutta. Io in realtà non potevo vederti perché ero in piedi appoggiata al lettino, ma ti ricordo con gli occhi del papà. E poi una scena tenerissima di te, ancora in sala parto, che, completamente nascosta in una copertina, la sollevi, quasi a cercarmi, sentendo la mia voce.
Poco più tardi, sdraiata da sola nella stanza del travaglio, ripenso a quante cose mi hai già dato e mi accorgo che ancora non ti conosco, che, nonostante tu sia stata a lungo sulla mia pancia, non ci siamo ancora guardate negli occhi. Era tutto troppo vorticoso, ma ora c’è calma e vi sto aspettando, te e il papà, per cominciare veramente la nostra vita a tre. Arrivi solo tu e, mentre mi vieni portata perché io ti prenda in braccio offrendoti il seno, finalmente i nostri occhi si incontrano e tu mi guardi con due splendidi occhietti. A mandorla. E’ un istante. Quello per sentire che io voglio abbracciare la mia bambina. Al resto ci penseremo dopo.
Ora hai quasi vent’anni, e oggi ha conseguito la tua maturità a pieni voti. Sei una bella ragazza, sana, inaspettatamente curiosa e determinata, che sa conquistare tutti con la sua straordinaria simpatia. Mi considero una mamma fortunata e vivo in te la mia ‘carta’ per la vita. Una ‘carta’ che tra le tante cose mi ha permesso di conquistare la capacità di vivere veramente il presente raccogliendo ogni giorno quello che può darmi, e che dà a tutti noi la possibilità di riconoscere gli altri oltre la maschera. Siamo una famiglia allegra e mi sembra atroce pensare che, se insieme al papà, non avessimo deciso di evitare un esame per non aumentare (seppur di poco) la percentuale di rischio naturale di una gravidanza tanto desiderata, tu, probabilmente, non saresti mai nata.
Silvia Barbarotto
Silvia Barbarotto
Cosa dirti Silvia oggi se non BRAVA!? Mi ricordo di quando, piccolina, una volta in macchina ti avevo detto che ero molto contenta di te e tu, da dietro, avevi chiesto: “anche fiera e orgogliosa?” Così “fiera e orgogliosa” è diventato parte del lessico famigliare. Sono veramente fiera e orgogliosa di te, di come hai saputo fruire di questi 13 anni di scuola. Sono soddisfatta di come la scuola pubblica italiana ti abbia accolta e accompagnata nella tua crescita, con qualche alto e basso, qualche interruzione anche dolorosa (ma così è la vita), ma anche con tante persone in gamba che ti hanno capita e supportata , credendo in te e scoprendoti, come noi ti scopriamo giorno dopo giorno.
Quando sei nata io e il papà ci siamo ripromessi di guardare avanti e di crescere assieme a te e tu regolarmente ci stupisci, come generalmente stupisci e gratifichi con belle soddisfazioni chi è disposto a investire in te.
Avevo scritto quei pensieri per te durante la stesura della mia tesi (per l’abilitazione all’insegnamento della matematica e delle scienze alle medie). Dovevo preparare un’uscita didattica di un giorno a tema geologico (io biologa!). Così avevo pensato di rapirti per un giorno e di andare a fare insieme il percorso geologico ai Corni di Canzo e dopo una giornata di camminate, appena salita in treno per tornare a casa, ti sei addormentata. Così io, seduta di fronte a te, guardandoti, ho lasciato correre i pensieri scrivendo mentre pensavo. Ho sempre considerato quella lettera la mia vera tesi!
Per la tua tesina di maturità, oltre a una presentazione sul tuo percorso durante questi cinque anni di liceo, hai presentato alcune tue poesie e abbiamo scoperto che non sapevi che anche io scrivo i miei pensieri in modo molto simile al tuo. Così mi è sembrato giusto farti trovare la mia lettera come risposta alla tua maturità.
Non saprei cosa aggiungere oggi, se non che mi dispiace moltissimo che la scuola sia finita (come dispiace a te) e, se non fosse per la promessa fondamentale fatta nei tuoi confronti, direi che sono un po’ spaventata per il futuro. In Italia la scuola ha forse il più alto livello di capacità di inclusione, ma dopo la scuola purtroppo si apre una voragine di vuoto. Sono (quasi) sicura, che anche questa volta troveremo la strada, sarai probabilmente tu (come sempre) a trovare la strada migliore per te. Quindi non mi resta che starti vicina e ripeterti come nella mia lettera, di andare, ma di ricordarti, ogni tanto, di voltarti e di farci uno dei tuoi splendidi sorrisi.

Mamma Cristina

Fonte: http://invisibili.corriere.it/

venerdì 19 giugno 2015

Gender, il 20 giugno in piazza per difendere l'ovvio

18/06/2015  Una mobilitazione trasversale di laici e cattolici per ribadire che una famiglia può generare alla vita solo se è composta da un uomo e una donna. E sostenere il principio della libertà di educazione dei figli dopo che nelle scuole, con la scusa della lotta all'omofobia, si insegna che non c'è differenza tra maschile e femminile

 

di Antonio Sanfrancesco

Quel genio di Chesterton l’aveva predetto con l’allegrezza tipica di chi afferma una cosa seria senza essere serioso: «Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate». Ecco, ci siamo. Il 20 giugno in piazza San Giovanni a Roma va in scena una mobilitazione trasversale di famiglie, laici, cattolici, non credenti, singoli, parrocchie e associazioni (dalla "Manif pour tous" ai comitati "Sì alla famiglia", dal Cammino neocatecumenale all'Alleanza Evangelica italiana fino al comitato parlamentare per la famiglia con oltre un centinaio di adesioni trasversali).

Per fare cosa? Per difendere l’ovvio: vale a dire che una famiglia può generare alla vita un’altra persona solo se è composta da un uomo e da una donna. E che la strada della rivendicazione del figlio come diritto assoluto, a tutti i costi, per tutti, porta dritta dritta – nel nome di un egoismo mascherato da finto buonismo e della solita, stucchevole retorica dei “diritti civili” – a pratiche pericolosissime e allucinanti come l'utero in affitto o il mercato in provetta dei figli, nuova inquietante frontiera del business del futuro che spezzetta l’uomo, letteralmente, lo divide in parti (ovuli, cellule, embrioni…) e ne fa commercio.

Si scenderà in piazza anche per dire no al disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili (ora in Commissione Giustizia al Senato e sul quale si comincerà a votare nei prossimi giorni) che prevede l’apertura alle adozioni gay per via giurisprudenziale con il pericolo più concreto di legittimare surrettiziamente la pratica dell’utero in affitto.

E poi, last but not least, c’è l’ubriacatura della teoria del gender che il Papa ha definito più volte una “colonizzazione ideologica”, un ricatto. Nelle scuole italiane ed europee si è insinuata con la scusa della lotta all’omofobia scippando ai genitori e alle famiglie la libertà di educazione dei propri figli, baluardo irrinunciabile di una società autenticamente liberale e democratica. Insegna, l’ideologia del gender, che non c’è differenza tra maschile e femminile e che l’identità sessuale non è un dato di natura, biologico ma una costruzione sociale, una scelta che il singolo può fare in base ai propri gusti e al contesto storico-sociale. Il gender, nella sua paradossalità, finora è riuscito a incidere profondamente sulle scelte politiche del Parlamento italiano (come dimostra la proposta di legge Scalfarotto già approvata dalla Camera e ora al Senato) e sull’educazione scolastica dei ragazzi attraverso una “Strategia nazionale” voluta dal Governo e diffusa nelle scuole contro l’omofobia, solito grimaldello agitato come strumento di repressione nei confronti di chi sostiene un’antropologia diversa.    

Nel suo ultimo saggio, Passaggio d'epoca, il sociologo Pietro Barcellona, non certo uno studioso cattolico, scriveva: «Il problema della vita, o meglio del potere sulla vita e del rapporto tra vita e potere, che per un lungo periodo della storia umana è stato relegato alla dimensione privata, è divenuto la posta in gioco del nostro tempo. Il dominio della vita consiste nel sostituire la natura nei meccanismi del vivente, arrivando alla produzione della vita per mezzo della tecnica, attraverso tecniche di manipolazione e di appropriazione del vivente; oltre ad infrangere ogni sacralità della vita, si afferma così un processo di frantumazione dell'individuo, non più percepito come persona organica, in cui gli aspetti psicologici sono indivisibili dal corpo, ma come entità fisica divisibile in più parti e implementabile con reti neurali e microchip». Ecco qual è la posta in gioco del nostro tempo.

Fonte: famigliacristiana.it

 

 

martedì 9 giugno 2015

Il coraggio di Chiara

Tg2000 Il Post - "Il coraggio di Chiara"


Pubblicato il 09 giu 2015
Con il nostro Tg Post vi raccontiamo la commovente storia di Chiara Corbella, la giovane mamma romana scomparsa tre anni fa, il 13 giugno 2012, a 28 anni, dopo aver scelto di non curare un tumore per dare alla luce il figlio. Stefania Squarcia ha raccolto la testimonianza dei genitori.

venerdì 8 maggio 2015

Mamma di pancia e mamma di cuore


 


di Anna Fusina


Riportiamo la testimonianza di Monica, mamma di cinque figli meravigliosi: tre adottivi e due naturali.

Sono mamma di cinque figli meravigliosi e moglie dell’uomo che ho sposato ormai ventisei anni fa’, nel 1989.
Dopo appena tre anni di matrimonio era talmente grande il mio desiderio di maternità, che iniziammo subito il lungo cammino verso l’adozione. Così nel 1994 ci venne destinato un bambino brasiliano, il nostro primo figlio: Enrico.
Partimmo per il Brasile inconsapevoli di che cosa volesse dire essere genitori, con la paura di non saper amare abbastanza quel bimbo, non avendo avuto il tempo di imparare a conoscerlo nei nove mesi di gravidanza, come solitamente succede. Nel momento in cui ci hanno dato in braccio Enrico, il nostro cuore si è riempito: avevamo veramente la sensazione di avere colmato qualcosa di vuoto. Immediatamente l’abbiamo sentito parte di noi: era proprio nato dal nostro cuore, quello mio e di mio marito. Ed è stato in quel momento che personalmente ho capito che non sarebbero bastati nove mesi, come non ne sarebbero bastati novanta, per essere pronti a fare i genitori, ma è bastato guardare quel bimbo negli occhi e stringerlo tra le braccia, per renderci conto di quanto lui avesse bisogno di noi, così com’eravamo, quanto noi ne avessimo di lui.
Purtroppo nel 1996, dopo neanche due anni, a causa di un tragico incidente lo perdemmo. Proprio lui, che era la nostra grande ragione di vita...
In quel momento ci sentivamo persi, ci chiedevamo continuamente perché proprio a noi, perché proprio Enrico, tanto desiderato e amato. Ma la fede in Dio ci fu di grande aiuto.
Nel 1999 siamo ripartiti con tanta forza per il Brasile ed abbiamo adottato il nostro secondo figlio: Leonardo, bambino dolcissimo, che allora aveva un anno e mezzo ed ora è un ragazzo di diciassette anni, che ci sta dando tante soddisfazioni.
Dopo Leonardo avevamo ritrovato la serenità ed eravamo così felici da pensare ad un fratellino o sorellina per lui, così da voler portare a casa altro amore: è stata la volta della nostra dolcissima Lidya, che aveva appena sei mesi di vita ed ora ha dodici anni. Una bambina etiope allora ridotta a pelle e ossa, che sembrava si stesse spegnendo, ma con la forza dell’amore è rifiorita. Ed ecco che subito abbiamo scoperto in lei energia pura… Aveva il sole dentro.
Tornati dall’Etiopia, dopo quattordici anni di matrimonio e la certezza che non avrei potuto avere figli, ho scoperto di aspettare Linda, per la quale nessuno avrebbe scommesso nulla. Tutti cercavano di fare in modo che io non mi illudessi di poter portare a termine la gravidanza, ma io ero serena e convinta che ce l’avremmo fatta. E così è stato.
Linda è nata nel Novembre 2003, sanissima, e dopo altri due anni è nato Luca, il 16 Agosto: la stessa data di nascita del nostro piccolo Enrico…
Oggi ci ritroviamo con una grande famiglia, dove ogni giorno viviamo emozioni nuove, emozioni che nel tempo saranno l’unica cosa che resterà nei nostri cuori, insieme all’amore.
Concludo con un mio modo di vedere la maternità.
Penso si possa essere mamme di cuore o mamme di pancia, come piace dire a me.
Ma, fondamentalmente, basta guardare in fondo agli occhi di un bimbo, che subito ti rendi conto che saresti disposta a tutto per lui.
In quel momento sei mamma.

Monica