domenica 19 ottobre 2014

Adozioni: quali sostegni ed incentivi da parte del Governo? - Interrogazione degli On. Gian Luigi Gigli e Mario Sberna


di Anna Fusina

Nella seduta parlamentare del 15 ottobre scorso, alla Camera, i deputati Gian Luigi Gigli e Mario Sberna hanno presentato un'interrogazione a risposta scritta al Presidente del Consiglio dei Ministri per conoscere le iniziative che il Governo intende porre in atto per sostenere ed incentivare le adozioni, in particolare quelle internazionali.
Gli Onorevoli interpellanti osservano che “da anni si aspettano i protocolli operativi regionali e la banca dati nazionale per le adozioni internazionali, mentre in soli 25 giorni le regioni, avvalendosi di proprie linee guida regionali, hanno già trovato l'accordo sulla fecondazione eterologa, in contrasto peraltro con quanto dispone l'articolo 7 della stessa legge n. 40 del 2004".
Gian Luigi Gigli e Mario Sberna ricordano come le associazioni e gli enti accreditati all'adozione in Italia abbiano più volte rivolto appelli accorati affinché Governo e regioni dedichino le stesse energie, già investite per dare applicazione alla legge in materia di fecondazione assistita, anche nella direzione di districare le questioni aperte nell'adozione, così come per reperire i fondi per quella internazionale – fermi da tre anni - e per far funzionare adeguatamente la Commissione adozioni internazionali.
Le famiglie adottanti, come sottolinea l'interrogazione, possono arrivare a spendere, nelle adozioni internazionali, anche 10 mila euro e, a fronte di tali ingenti spese, i fondi per i rimborsi alle famiglie, nonché i fondi per i servizi post-adozione, sono oggi praticamente inesistenti e si possono portare in detrazione fiscale soltanto il 50 per cento delle risorse adoperate.
A parere degli interpellanti l'impegno finanziario del Governo sarebbe invece necessario, allo scopo di garantire la gratuità delle adozioni a quelle coppie che versano in difficoltà economiche.
Nell'interrogazione si rileva inoltre come l'iter per l'adozione internazionale richieda oggi una media di 3-4 anni dall'inizio della procedura, anche a causa delle lungaggini burocratiche, e a volte in ragione di aperti contrasti tra Governi (da ultimo viene segnalato il caso del Congo), “conflitti nei quali a perdere sono prima di tutto i bambini incolpevoli e le famiglie destinatarie”.
Si fa notare poi come il numero di coppie che in Italia fanno richiesta di adozione sia calato drasticamente: da circa 6.000 nel 2006 si è passati a non oltre le 3.000 coppie nel 2013.
I dati sul primo semestre 2014 - a quanto riportato dalle associazioni operanti nel settore – mostrano un ulteriore crollo del 30%.
Gigli e Sberna sottolineano come i bimbi che devono essere adottati portino spesso sulle spalle segni di maltrattamenti e abusi, necessitando pertanto di percorsi di sostegno dopo l'adozione, soprattutto durante alcuni momenti particolari della loro crescita, come l'adolescenza.
I fondi per le famiglie che sostengono pesanti costi per l'adozione, ed in particolare per quelle che hanno adottato ragazzi difficili e che quindi devono intraprendere con loro un cammino di crescita speciale, sono inesistenti.
Secondo alcune associazioni del settore, da parte istituzionale si pone in essere una “grave irresponsabile distrazione verso una forma alta di accoglienza come l'adozione” e “verso un mondo elettoralmente poco rilevante come i bambini”.
Gli Onorevoli interroganti sottolineano che servirebbero circa 30 milioni per fornire risorse economiche ed umane al fine di evitare che tra qualche tempo tutto il sistema degli enti autorizzati salti, visto che molte sedi territoriali saranno costrette a chiudere.
Rilevano altresì la necessità di “un cambiamento culturale atto a superare la tendenza prevalente, volta a guardare soltanto ai bisogni degli adulti, ma non a garantire quel gesto d'amore che rende giustizia ad un bambino che la società non è stata in grado di aiutare, quell'atto di grande solidarietà e sacrificio che si compie attraverso l'adozione, che non è arduo definire speculare a quello che agli interroganti appare il solipsismo narcisista che fa da sostrato alla fecondazione eterologa.
Gigli e Sberna chiedono pertanto al Governo “quali urgenti iniziative intenda porre in essere al fine di sostenere ed incentivare quegli atti di grande solidarietà umana, quali le adozioni, in particolare quelle internazionali”, se intenda “adoperarsi al fine di reperire quei fondi necessari al sostegno del sistema di enti autorizzati, che rappresenta un tramite fondamentale ed insostituibile per il settore delle adozioni” e se reputi utile “adoperarsi in azioni diplomatiche volte ad agevolare le adozioni internazionali.


sabato 18 ottobre 2014

Un Albero Indiano. Se uno scultore cieco insegna l'arte in India

Corriere della Sera - Invisibili del 18-10-2014


di Claudio Arrigoni

C’è una scuola dove ci sono materie diverse. “Non insegniamo l’alfabeto, insegniamo le abilità”. E’ lontano, dall’altra parte del mondo. Ci è stata Takisha, 10 anni, che non vede da quando ne aveva cinque e ha la voce da usignolo. E Lumiang, 20 anni, nato sordo e cieco, con problemi di relazione. La Bethany school di Shillong, India remota non lontano dal Bangladesh, ha dato forma ai loro sogni. Anche in senso letterale. Lo ha fatto con l’aiuto di Felice Tagliaferri, straordinario scultore non vedente, che ha portato e insegnato la sua arte. Facendo capire: “Si può fare!” Lo ha fatto grazie a Cbm Italia, la più grande organizzazione non governativa che combatte le disabilità visive nel mondo (e basta poco: si digita 45594 e con 2 euro si salva una persona, in particolare un bambino, dalla cecità).
In quei giorni in India con Felice, amico di InVisibili, c’erano il regista Silvio Soldini e il documentarista Giorgio Garini. E’ nato così “Un Albero Indiano”, un documentario bellissimo, dove la voce narrante è Tagliaferri, ma i protagonisti sono i 15 bambini e gli insegnanti che alla Bethany School hanno imparato da lui l’arte della lavorazione della creta. Soldini e Garini continuano il percorso con Cbm nel racconto delle storie di persone cieche iniziato con “Per Altri Occhi”. Lì si intrecciavano le vite di chi non vede, con immagini lontane dallo stereotipo di chi non ha la vista. Tagliaferri era uno dei protagonisti. Questa volta con loro è volato lontano, povertà che non ha fine, dignità immensa: “Io non parlo la loro lingua, loro non parlano la mia, ma comunichiamo con il cuore e ci capiamo benissimo”. Dalla Bethany School sono passati 400 bambini. E’ nata grazie a Bertha Gyndykes Dkha, divenuta cieca per una retinite pigmentosa. Spiega Rosa, la direttrice: “Il focus non è sulle loro difficoltà, ma sulle loro abilità”. Una scuola inclusiva, fra India e Bangladesh.

Tra i banchi della Bethany School si compie il miracolo. E’ vero che Felice non conosce nulla della lingua, ma la modalità di comunicazione che trova con i bambini ciechi, sordi o sordociechi è quella dell’arte. Alla fine sarà un albero, bellissimo, che nasce da mille mani diverse, che alcuni non potranno vedere, ma sentono, toccano, fanno loro. Ogni giorno si lavora insieme per un obiettivo. “Per imparare a fare il passo più lungo della gamba”: Felice rovescia i luoghi comuni attraverso le sue mani che plasmano e toccano e non si fermano mai. “Digli che può lisciare meglio: gli occhi non gli funzionano, ma il tatto sì”, fa spiegare a uno degli allievi. In quindici giorni, ragazzi e ragazze, chi normodotato, chi cieco o sordo, chi con difficoltà relazionali o intellettive, imparano a lavorare la creta, ognuno a suo modo. Non ci sono distinzioni per Felice: “Non esistono i disabili e gli abili, tutti hanno le loro disabilità, tutti possono trovare le loro abilità”.

Da quei giorni in India, grazie al sostegno di Cbm Italia, alla Bethany School si è avviato un laboratorio permanente di lavorazione della creta aperto a tutti, bimbi normodotati o con cecità e sordità, senza differenze. Il documentario di Silvio Soldini e Giorgio Garini ha dentro i valori di Cbm, dall’inclusione alla valorizzazione delle abilità, ma sa raccontarli dentro la storia con “letizia e allegria di fondo”, per usare parole di Soldini. Bella questa: letizia. Si può usare anche in situazioni che appaiono difficili? “Un Albero Indiano” ci dice di sì ed è bello che una organizzazione come Cbm, che opera in 70 Paesi con 700 progetti in situazioni difficili e spesso drammatiche, abbia attenzione nel comunicare così. Cbm fa molto con poco. Per superare la cataratta basta un intervento di 30 minuti, per vincere il Tracoma, chiamato “malattia dell’acqua” perché da quella si prende, basta una goccia di medicina, ma deve essere usata velocemente. Fino al 1 novembre sarà possibile sostenere la campagna “Apriamo gli occhi”: 45594 per sostenere i progetti in 14 Paesi in via di sviluppo, con operazioni oculistiche per bambini delle famiglie più povere, allestire cliniche oculistiche mobili, svolgere attività di screening, distribuire occhiali.

“Un Albero Indiano” ci spiega che un altro mondo è possibile. Felice Tagliaferri ci insegna come si ribalta il pensiero. Silvio Soldini e Giorgio Garini ci mostrano quanto tutto questo sia bello. Con letizia e allegria.

mercoledì 15 ottobre 2014

Ecco la verità sulla pillola del giorno dopo

Le evidenze della scienza e le conseguenze per l'obiezione 

Filippo Maria Boscia* Gian Luigi Gigli** Bruno Mozzanega*** 
 

Quando una donna ha un rapporto non protetto nel giorno che precede l’ovulazione (quello più fertile e con la massima frequenza di rapporti) e il giorno dopo ovula, può concepire entro 24 ore dall’ovulazione, essendo l’uovo disponibile per 24 ore. Il concepimento può avvenire quindi entro due giorni da quel rapporto. Sorge dunque un quesito: se EllaOne può essere assunta con efficacia costantemente superiore all’80% fino a cinque giorni dopo quel rapporto, e cioè fino a quattro giorni dopo l’ovulazione (avvenuta nel giorno successivo al rapporto), e tre giorni dopo il concepimento che ne fosse seguito, come può invocarsi un effetto anti-ovulatorio?
Eppure l’Ema (European Medicines Agency, l’ente regolatorio europeo), l’Aifa (l’ente omologo per l’Italia) e le più note Società Scientifiche sostengono che questi farmaci agiscono soltanto prevenendo l’ovulazione. Non si può mentire su queste tematiche: è in gioco il rispetto per la vita umana dal suo inizio, valore cardine della nostra civiltà, fondamento della Costituzione e delle nostre leggi, della stessa 194 all’articolo 1 e, prima ancora, della legge 405/75 che alla «tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento» finalizza la procreazione responsabile. Disinformare su questi temi significa impedire alle singole persone di operare scelte libere proprio in quanto informate, calpestare la libertà professionale dei medici, negare ai politici la possibilità di legiferare in base a conoscenze documentate e ai giudici la possibilità di giudicare rettamente. Mentire su questi temi è ancora più grave se a farlo è chi, per mandato, questa conoscenza dovrebbe invece garantire.

I contraccettivi d’emergenza non prevengono l’ovulazione: quando vengono assunti nei giorni più fertili del ciclo mestruale, essi impediscono l’annidamento del figlio che fosse concepito. I giorni più fertili sono il giorno che precede l’ovulazione, il precedente, e il giorno stesso dell’ovulazione. In essi è massima anche la frequenza dei rapporti sessuali e soprattutto di quelli non protetti. Ne deriva che il massimo numero di concepimenti consegue a rapporti che si verificano proprio in questi giorni. Un contraccettivo di emergenza che impedisce il manifestarsi di gravidanze con un’efficacia che va dal 65% del Norlevo (Levonorgestrel, Lng) all’80-85% di EllaOne (Ulipristal Acetato, Upa) dovrebbe avere il suo massimo di efficacia se assunto dopo i rapporti che avvengono nei giorni più fertili. La letteratura medica ci dice, però, che sia Norlevo sia EllaOne, quando vengono assunti nei giorni più fertili del ciclo, non hanno più alcun effetto sull’ovulazione: la loro efficacia è invece dovuta a un effetto antiannidamento. Vediamo nel dettaglio.

I dati scientifici mostrano che il Norlevo (la 'pillola del giorno dopo') può inibire la liberazione dell’uovo soltanto quando viene assunto nel primo dei giorni fertili (prima che i livelli di Lh inizino a crescere). Assunto successivamente, nei giorni pre-ovulatori più fertili, Norlevo consente l’ovulazione ma impedisce la formazione di un buon corpo luteo: la ghiandola che deriva dal follicolo che ha liberato l’uovo e che prepara l’endometrio (il terreno fertile dentro l’utero) a ospitare il figlio. La donna ovula e può concepire, ma l’endometrio non consentirà all’embrione di annidarsi. Il Norlevo assunto prima dell’ovulazione ha, quindi, un effetto
prevalentemente post-concezionale.

Complessivamente EllaOne (la 'pillola dei cinque giorni dopo'), assunto nel periodo fertile del ciclo, inibisce o ritarda l’ovulazione in una percentuale di casi inferiore al 60%. In oltre il 40% dei casi invece la donna ovula e può concepire. Sono i dati (Brache 2010) ai quali
tutti fanno riferimento. Se però analizziamo l’azione del farmaco nelle diverse fasi del periodo fertile vediamo che la sua efficacia, come per Norlevo, è del 100% solo quando viene assunto nel primo dei giorni fertili (prima che Lh inizi ad aumentare). Quando viene assunto successivamente la sua efficacia decresce fino quasi ad annullarsi (8%) 1-2 giorni prima dell’ovulazione, nel momento del picco di Lh, e cioè nei giorni più fertili del ciclo. In questi giorni, anche se la donna ingerisse EllaOne già durante il rapporto sessuale, il farmaco agirebbe come un placebo, senza alcuna efficacia sull’ovulazione, che seguirebbe entro due giorni come previsto da madre natura. Conseguentemente, il concepimento potrebbe avvenire. La gravidanza tuttavia, anche in caso di concepimento, non comparirebbe perché EllaOne agisce in modo praticamente identico alla Ru486 usata per l’interruzione della gravidanza, della quale anzi sembra essere ancora più efficace. EllaOne, infatti, impedisce l’azione del progesterone, l’ormone che – come dice il nome – favorisce la gestazione, ostacolandone il normale effetto di preparazione dell’endometrio all’annidamento. Questi dati sono ampiamente riportati nella letteratura medica, ma Ema e Aifa li ignorano, limitandosi a recepire le considerazioni dell’azienda produttrice. Peraltro c’è discordanza anche all’interno dei documenti ufficiali dell’Ema, che Aifa passivamente si limita a recepire senza adeguatamente verificarli. Nella documentazione su EllaOne, per esempio, è scritto che «i dati farmacodinamici mostrano che anche quando viene assunto nell’imminenza dell’ovulazione, Ulipristal Acetato è in grado di ritardarla in alcune donne». In alcune donne: l’8%, come già visto, mentre tutte le altre donne (il 92%) che assumono il farmaco in quei giorni, i più fertili, ovulano regolarmente e possono concepire.

La contraccezione d’emergenza viene prescritta a seguito di rapporti non protetti avvenuti nei giorni fertili, quando il muco cervicale lascia entrare gli spermatozoi. Quando la donna ovula non vi sono ostacoli al concepimento. Se le gravidanze attese non compaiono è dunque perché questi farmaci impediscono l’annidamento del figlio in utero.

Da ultimo una considerazione sull’obiezione di coscienza. A nostro avviso la mancata prescrizione dei contraccettivi di emergenza dovrebbe essere considerata, più che un gesto di obiezione, un atto di pieno ossequio alla legge. Come già ricordato, lo Stato italiano attraverso le sue leggi nel definire gli aspetti della procreazione responsabile la finalizza esplicitamente alla «tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento» (legge 405/1975). La tutela della salute della donna e del figlio che potrebbe essere generato è ribadita anche nella legge 194/1978 che, pur consentendo l’aborto in casi che dovrebbero essere eccezionali, proclama la tutela della vita umana dal suo inizio. Tutela della «vita umana», e non solo della gravidanza, che l’Organizzazione mondiale della sanità – riduttivamente e strumentalmente – pretende inizi dall’impianto in utero. La tutela del concepito, infine, è esplicitamente ribadita anche nel primo articolo della legge 40/2004, in un passaggio mai modificato dalle sentenze della Corte Costituzionale. In questo contesto, non si vede come al medico possa essere richiesto di prescrivere farmaci che agiscano o possano agire dopo il concepimento.

Disinformare il medico sul reale meccanismo d’azione di questi farmaci al fine di estorcerne la disponibilità a prescriverli è molto grave, soprattutto se a farlo è chi, per mandato istituzionale o accademico, ha il compito di tutelarne e promuoverne libertà e professionalità nell’interesse della salute e della vita.

*Filippo Maria Boscia

direttore del Dipartimento per la Salute della Donna e la tutela del nascituro-Asl Bari; professore di Fisiopatologia della riproduzione umana-Università di Bari; presidente della Società italiana per la bioetica e i Comitati etici; presidente nazionale Associazione medici cattolici (Amci)
**Gian Luigi Gigli
membro della Commissione affari sociali e salute-Camera dei deputati; direttore della Clinica neurologica Università di Udine
***Bruno Mozzanega
professore aggregato di Ginecologia-Dipartimento per la Salute della donna e del bambino-Università di Padova; docente di Pianificazione familiare Scuola di specializzazione in Ginecologia e ostetricia   Università di Padova
 
Fonte: avvenire.it

domenica 12 ottobre 2014

Giornata Nazionale delle persone con sindrome di Down

DOMENICA 12 OTTOBRE 2014

GIORNATA NAZIONALE DELLE PERSONE CON SINDROME DI DOWN
Dall’1 al 14 ottobre dona al numero 45593


In oltre duecento piazze italiane un messaggio di cioccolato in cambio di un contributo per sostenere i progetti di autonomia delle associazioni aderenti al CoorDown e per garantire una migliore qualità della vita alle persone con sindrome di Down

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I ragazzi con sindrome di Down, se adeguatamente seguiti, hanno potenzialità di autodeterminazione e grandi margini di miglioramento nell’ambito delle autonomie personali e sociali. È però fondamentale insegnare e sviluppare nelle persone con disabilità le competenze necessarie per affrontare le sfide quotidiane della vita e del lavoro.
Per questo CoorDown Onlus – Coordinamento Nazionale Associazioni delle persone con sindrome di Down ha deciso di dedicare la Giornata Nazionale delle persone con sindrome di Down, in programma la prossima domenica 12 ottobre in tutta Italia, al tema dell’autonomia. I fondi raccolti con la campagna di quest’anno saranno utilizzati per migliorare la qualità della vita delle persone con sindrome di Down e permettere loro un futuro con le possibilità di chiunque altro, a scuola, nel lavoro, con gli amici.
Dall’1 al 14 ottobre si può donare al numero 45593 1 euro con SMS da cellulare personale TIM, Vodafone, Wind, 3, PosteMobile, CoopVoce, Nòverca e 2 euro con chiamata da rete fissa Fastweb, TeleTu, TWT.
Tutti i fondi raccolti saranno utilizzati per finanziare i progetti di autonomia organizzati sul territorio e dedicati a ragazzi con sindrome di Down tra i 14 e i 25 anni.
Domenica 12 ottobre si può andare in una delle oltre 200 piazze in tutta Italia, in prossimità di chiese e centri commerciali, dove i volontari e le famiglie delle associazioni aderenti al CoorDown offriranno il consueto messaggio di cioccolato, realizzato con cacao proveniente dal commercio equo e solidale, in cambio di un contributo.
Testimonial della creatività della Giornata Nazionale è Andrea, 6 anni, che ha emozionato più di 5 milioni di persone in tutto il mondo insieme agli altri protagonisti della campagna Dear Future Mom, realizzata da CoorDown, in collaborazione con dieci associazioni internazionali, in occasione della Giornata Mondiale sulla sindrome di Down dello scorso 21 marzo.
La Giornata Nazionale delle persone con sindrome di Down, da oltre dieci anni, ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e di affermare l’importanza di una cultura della diversità, contro i tanti pregiudizi che ancora colpiscono le persone con disabilità.
Perché “essere differenti è normale”.

EVENTI AIPD:
Belluno: domenica 12 ottobre giro con le Topolino del Club Amici della Topolino di Belluno. Partenza a Feltre ore 9:00, sosta presso la Villa Zasso di Sospirolo e arrivo ore 11:30 a Sedico.
Brindisi: mercoledì 8 ottobre “Gran Galà di Cake design” in collaborazione con l’A.S.D. AIPD Brindisi Sport
Catania: martedì 14 ottobre convegno “TUTTI UGUALI… TUTTI DIVERSI”, dalle ore 9 a Palazzo Platamone
Mantova: tavola rotonda “I lavoratori che «non ti aspetti»”, mercoledì 8 ottobre 2014. Organizzata da AIPD di Mantova affronterà il rapporto tra disabilità cognitiva e mondo del lavoro. Attraverso i contributi di chi, nonostante il proprio limite, ha saputo inserirsi efficacemente in un contesto lavorativo e di chi li ha assunti, si esamineranno le possibilità, i dubbi e le difficoltà dell’ingresso nel mondo del lavoro di persone con disabilià cognitiva, e le esperienze in questo campo a livello nazionale, regionale e provinciale. Vedi qui la brochure.
Potenza: venerdì 10 ottobre al teatro F. Stabile di Potenza alle ore 20,30. “Di teatro in teatro, VI edizione”, replica lunedì 13 ottobre presso la Sala Antonium – Isis N. Miraglia di Lauria.
Prato: serata a favore dell’AIPD di Prato al Teatro Politeama con il musical “1482″.
Termini Imerese: domenica 12 ottobre lo “Sportello D” sarà a disposizione per offrire informazioni dalle ore 10 alle ore 13 e dalle 16,30 alle 18,30. Presentazione delle attività della Sezione AIPD e aperitivo alle ore 12,45, tutto presso la sede in via Alfredo La Manna 10.

giovedì 9 ottobre 2014

Elaborazione del lutto post-aborto: nuovo libro di Benedetta Foà




di Anna Fusina



Dare un nome al dolore - elaborazione del lutto per l'aborto di un figlio" è il titolo del libro di Benedetta Foà, appena uscito per i tipi di Effatà Editrice.
Psicologa clinica, counselor, scrittrice, autrice di diverse pubblicazioni sul tema dell'eleborazione del lutto post-aborto, co-autrice del libro "Maternità interrotte - Le conseguenze psichiche dell'IVG” (San Paolo 2011), la Dott.ssa Foà propone nel suo nuovo libro un percorso terapeutico scientificamente validato al fine di affrontare e risolvere le conseguenze psicologiche di una sofferenza che spesso è ancora taciuta: lo stress post-abortivo.

- Dott.ssa Foà, come è nata l'idea di questo libro?

Dott.ssa Foà: Questo libro nasce dal desiderio sincero e profondo di aiutare la donna: la donna in quanto essere umano, in quanto persona dotata di caratteristiche peculiari e fragilità specifiche, ma soprattutto in quanto madre in potenza. In particolare, il libro matura dopo alcuni anni di counseling con tante donne e mamme che, dopo avere abortito (spontaneamente o volontariamente) il proprio figlio, sono state male fisicamente e psicologicamente. Attraverso l’accoglienza, l’ascolto empatico, l’astensione dal giudizio e la condivisione del dolore abbiamo percorso insieme un tratto del viaggio della vita con uno scopo preciso: uscire dal nero tunnel della depressione causata dal lutto irrisolto.
- L'interruzione volontaria di gravidanza è un fattore di rischio per la salute mentale della donna?

Dott.ssa Foà: Sì, lo è. Io ne sono convinta, e ci sono ormai molti studi che lo confermano. Uno di questi è stato citato dal Prof. Tonino Cantelmi nella prefazione del libro, ed è del dicembre 2011. Il British Journal of Psychiatry ha presentato un nuovo studio, che costituisce ad oggi la più grande stima quantitativa disponibile nella letteratura mondiale relativamente ai rischi per la salute mentale associati all’aborto. Il campione della metanalisi ha compreso 22 studi e 877.181 partecipanti. Lo studio ha concluso che le donne che hanno subìto un aborto presentano un rischio maggiore dell’81% di avere problemi di salute mentale. E' stato inoltre dimostrato che quasi il 10% di incidenza di problemi di salute mentale può essere direttamente attribuibile all’aborto. Ma ci sono tanti altri studi, pubblicati negli Stati Uniti da Reardon, in Canada da Ney, da Gissler, Hemminki, Lonnqvist in Finlandia, solo per citarne alcuni, che confermano i risultati della suddetta metanalisi.
- Come si manifesta lo stress post-aborto?
Per quello che ho potuto constatare, la donna dopo l'intervento abortivo non rimane più la stessa. Necessariamente si deve incassare un colpo enorme: un trauma. Il trauma è tale che si vive una sorta di schizofrenia tra due diverse rappresentazioni del sé: l’immagine che si aveva della propria persona prima dell’evento aborto, e l’immagine nuova di sé, che non corrisponde più a quella precedente all’aborto, e che è, di fatto, quella reale. La donna, dopo aver compiuto una scelta decisiva, pensa, erroneamente, di poter andare avanti come se l’evento aborto non fosse mai accaduto. Ma la coscienza, prima messa a tacere, si rifà viva. Infatti è proprio la morte del figlio che rende la donna consapevole del fatto che in precedenza il bambino era vivo; e che era un bambino, non un girino! Il vissuto di Annie, una delle protagoniste del libro, aiuta bene a chiarire questo aspetto: «Mi sembra di vivere due vite parallele, una normale, in cui vado a lavorare, accudisco la casa, curo marito e figli, e l’altra piena d’orrore, di sensazioni di vuoto che cerco di staccare dal resto della mia vita. Ma entrambe queste vite sono inquinate dal malessere di aver perso un figlio per colpa mia. Il male che ho dentro è diventato anche male fisico». Tutte le madri che vengono a cercare aiuto per elaborare il lutto soffrono di quella che è stata individuata come la sindrome da stress post-aborto (PSA). Questa sindrome è caratterizzata dalla presenza di numerosi sintomi e può essere classificata tra i disturbi post traumatici da stress (PTSD), dove lo stress è evidentemente determinato dall’avvenuta interruzione di gravidanza. Il trauma è una situazione di impotenza, è una circostanza in cui la violenza d’impatto dell’evento esterno è tale da causare una lacerazione di quella barriera protettiva che di norma respinge efficacemente gli stimoli dannosi. Questo porta ad una scissione psichica, depressione, ansia, pianto continuo, incapacità a concentrarsi, umore irritabile, pensieri negativi, abuso di sostanze (sonniferi, ansiolitici, antidepressivi, droghe, alcool).
- Molti pensano che l'aborto volontario sia un problema che riguarda solo la madre...

Dott.ssa Foà: Pensare che l’interruzione di gravidanza volontaria sia un problema che riguarda solo la madre - e il bambino - corrisponde ad una visione semplicistica della realtà. Il concepimento di un bambino coinvolge innanzitutto un uomo e una donna, che insieme al bambino sono i protagonisti della tragedia: ma non si devono dimenticare gli eventuali fratelli dei bambini abortiti e naturalmente tutti coloro che hanno giocato qualche ruolo nella decisione di abortire o che hanno collaborato all'aborto, cioè i parenti stretti, il personale medico e paramedico e, in ultima analisi, la società nel suo complesso (ciò vale in particolare nel caso delle minorenni, ma non solo). La legge 194/78, che ha legalizzato in Italia l’interruzione volontaria della gravidanza, ha di fatto abbassato la consapevolezza della gravità dell’interrompere una gravidanza in corso e mette persone come medici, infermieri ed ostetriche in condizione di collaborare alla decisione di abortire presa da altri. L’impatto dell’aborto sugli operatori sanitari sta diventando sempre più evidente, il numero degli obiettori di coscienza sempre maggiore e molteplici sono le dichiarazioni di medici che, dopo aver effettuato per anni interventi di interruzione di gravidanza, dichiarano di non essere più disposti a farlo: per citare un caso italiano tra i molti, ricordo Piero Giorgio Rossi, ginecologo che dal 1992 ha effettuato circa 1000 aborti presso la clinica Mangiagalli di Milano, per diventare, dopo vent'anni di pratica clinica, obiettore di coscienza e strenuo oppositore dell'aborto; o il defunto Bernard Nathanson, che dopo oltre 60.000 aborti effettuati negli Stati Uniti ed un passato di attivista a favore delle organizzazioni abortiste divenne una delle voci più forti del movimento pro-life americano.
- Cos'è la "sindrome del sopravvissuto"?

Dott.ssa Foà: E' una sindrome da pochi studiata, di cui è stata teorizzata da tempo l'esistenza e della quale possiamo ben immaginare la vastità di proporzioni: i dati dicono che una famiglia su cinque nel mondo ha vissuto un aborto. Grazie agli studi di Ney, che è colui che l'ha evidenziata tra i primi, si stanno raccogliendo dati su persone che hanno fatto esperienza di tipi diversi di sindrome del sopravvissuto. Se ne sono individuati molti, tra cui: situazioni di bambini che statisticamente hanno poche possibilità di sopravvivere alla gravidanza; bambini i cui genitori hanno pianificato l’interruzione di gravidanza; bambini i cui fratelli sono stati abortiti prima/dopo di loro; bambini che sanno che avevano molte possibilità di essere abortiti perché handicappati o del sesso sbagliato o perché nati fuori dal matrimonio; bambini che sarebbero stati abortiti se solo i genitori avessero potuto; bambini che non sono stati abortiti solo perché i genitori hanno tardato tanto a decidere e non lo hanno fatto solo perché la gravidanza era oltre il termine legalmente consentito per l'aborto; bambini il cui gemello è stato abortito; bambini che sono sopravvissuti durante l’aborto effettuato tramite isterectomia o soluzione salina (in quest'ultimo caso un grande e lungo ago viene inserito tramite la parete addominale della donna e nel sacco amniotico: si aspira un po’ di liquido amniotico e si inietta una soluzione salina concentrata, con conseguente avvelenamento acuto da sale, che corrode, brucia lo strato esterno della pelle del bambino. Disidratazione, emorragia del cervello, gravi danni agli organi, procurano una grandissima sofferenza nell’embrione portandolo ad una morte lenta e con atroci dolori, indicibile sofferenza, spasmi e contrazioni. L’agonia dura alcune ore).
Dalle situazioni suddette emergono enormi conflitti che hanno ripercussioni sull’individuo e di conseguenza sulla società.
Le ricerche condotte da Ney, psichiatra infantile e psicoterapeuta canadese, indicano che nei Paesi in cui ci sono stati livelli alti di aborto sussistono maggiori difficoltà economiche, inefficienze governative e disagi sociali. Uno studio relativo ad una provincia canadese dove c'è il più alto tasso di aborti ha verificato che anche il tasso di abuso sui bambini è il più alto. Questa ricerca conferma che l'aumento di abuso sui bambini in Canada è da correlare all'introduzione dell'aborto libero.
Allora è lecito chiedersi: cosa succede alla persona-figlio sopravvissuto ad un aborto? I figli che ce l’hanno fatta e quindi sono venuti al mondo, come stanno? Come vivono nel profondo le relazioni con i genitori e con gli altri?
Il tema è complesso: come abbiamo visto, la sindrome da sopravvissuto all'aborto colpisce sia coloro che sono sopravvissuti ad un tentativo di aborto, sia fratelli di bambini abortiti dalla madre.
Questi bambini sono afflitti dal senso di colpa per il fatto di essere vivi ed hanno problemi esistenziali originati da una domanda fondamentale, anche se non sempre consapevole: «Mamma, se ci fossi stato io al posto suo, avresti ucciso me?». Come difendersi? I bambini sanno che non possono sopravvivere senza genitori e di conseguenza faranno di tutto per compiacerli, anche a scapito delle loro scelte. In questo modo, i bimbi si rendono capri espiatori di se stessi per evitare di essere maltrattati o ignorati. A causa di questa situazione si pongono molteplici domande: “Come faccio a fidarmi di mia madre e di mio padre? Loro dicono di amarmi, ma cosa hanno fatto al fratellino? Allora che cos'è l’amore? Come è possibile credere all’amore dei genitori?” Questi dubbi sono un elemento di conflitto interiore e disturbano la crescita ed ogni progetto di vita: il senso di colpa paralizza la volontà in modo inconsapevole. Chi soffre in modo grave di questa sindrome non riesce a portare avanti la propria vita, non si realizza e resta come bloccato senza darsi ragione del perché.
- Da quello che ha detto finora, si evince che il consenso informato firmato dalle donne che si accingono a sottoporsi alll'IVG non è realmente "informato"...
Dott.ssa Foà: Ormai si firmano consensi informati per qualunque cosa, ma non ho mai visto nulla che informasse le donne su cosa sia lo stress post-aborto prima che esse abortissero. Certo è che se il pensiero di base è quello che non ci sia nessuno stress o trauma per la donna dopo la morte del proprio figlio abortito, sarà difficile che venga sottoposto alle donne un documento che attesta che invece esso si verifica...
Qualche mese fa chiesi ad un'amica sudamericana di tradurmi in spagnolo un mio scritto. Ne rimase colpita: era un argomento che non conosceva. Poco dopo restò gravida del quarto figlio. Era seriamente agitata perchè gli altri tre erano comunque piccoli. Questa donna ha avuto la fortuna di essere sostenuta dal marito nei suoi momenti di ambivalenza, ma ogni volta che mi incontra mi dice: “Ho pensato al tuo scritto e non ho abortito”. Dire la verità è a mio avviso il modo giusto per informare le persone e renderle consapevoli.
Tutti hanno il diritto di essere informati, di sapere che dopo l'aborto di un figlio la vita non è più la stessa, che la parte gioiosa di noi si frantuma e che non potremo andare avanti nella nostra vita fino a quando non affronteremo questo dolore, riconciliandoci con noi stesse, con nostro figlio e potendo, anche con Dio.

- Spesso le donne dopo un aborto si tengono tutto dentro... Dare un nome al dolore: primo passo per l'elaborazione del lutto post-abortivo?

Dott.ssa Foà: Il Prof. Passerini, psichiatra e psicoterapeuta oltre che fondatore della scuola di Psicoterapia con l'Esperienza Immaginativa, nella presentazione del libro dice: «Riflettendoci, scorgo tutt’a un tratto che la maggior parte delle donne e degli uomini che si sono rivolti al mio aiuto professionale per tutt’altri motivi e che avevano vissuto l’esperienza di un aborto, ad un certo punto del percorso hanno permesso al suo fantasma di affiorare ma quasi sempre per inciso magari come associazione d’idee durante l’analisi di un’Esperienza Immaginativa oppure nel movimento regressivo del recupero di una memoria intrinseca. Anche coloro che lo avevano razionalizzato con giustificazioni esistenziali o come “l’eliminazione di un tessuto, poco più che un girino”. Questo ci dice che l'evento aborto non è sempre riconosciuto subito come traumatico. Andare in terapia e non affrontare il problema aborto, secondo me vuol dire negare una sofferenza troppo grande, e non una sofferenza inesistente, come potrebbe sembrare. Sono convinta che dare il nome giusto alle cose semplifichi la vita e porti prima alla guarigione.
- Lei definisce il suo procedimento di elaborazione del figlio mai nato come metodo "Centrato sul bambino". In che senso?
Dott.ssa Foà: Ci sono voluti anni di studi intensi prima di arrivare all’elaborazione di quello che oggi chiamo metodo “Centrato sul bambino”. Esso nasce dal desiderio di superare i pregiudizi, la condanna morale, per proporre invece qualcosa di significativo per il benessere delle persone. E' risaputo che l’aborto è da molti considerato un’esperienza traumatica, che nessuno vorrebbe fare, se non costretto. È nota d'altro canto anche l'omertà legata a questo evento: le donne si tengono tutto dentro. Avere qualcuno con cui parlare del proprio aborto con sincerità, sentendosi accolta e non giudicata è un elemento essenziale e per nulla scontato. Eliminare l’omertà è un punto importante del metodo. È noto altresì quanto sia forte il rapporto d’interdipendenza tra madre e figlio, un dato incontestabile ben conosciuto dagli operatori, che si fanno quotidianamente carico delle ansie delle madri che si trovano nella situazione di ambivalenza fra il voler tenere e il non voler tenere il figlio. Per una madre è importante tanto prendersi cura del figlio quanto parlare di lui. Le ansie sono ancora più forti nelle donne che hanno abortito: non hanno mai visto il figlio e non possono parlare di lui con nessuno. Esprimere i sentimenti fino a quel momento negati attraverso l’utilizzo di oggetti, di scritti, d’incontri per mezzo di Esperienze Immaginative (Passerini 2009) è il punto nodale del metodo. Alla fine del percorso terapeutico, durante il quale il figlio abortito è stato finalmente ri-umanizzato mediante l'attribuzione di un nome e di un volto, è possibile esprimergli sentimenti di amore e infine lasciarlo andare. La necessità di lasciarlo andare è cruciale perché, dopo l’evento aborto, la mente e il cuore della donna e/o dell’uomo sono fissati sull’esperienza traumatica vissuta e sembra impossibile smettere di pensare al figlio perduto. Il metodo suddetto (che ha attualmente due modi diversi di messa in atto: singolarmente o in gruppo) ha infatti lo scopo di far intravvedere il figlio mai visto - ma tanto pensato - fino a lasciarlo andare definitivamente e dirgli addio, nel modo più sereno possibile.





martedì 7 ottobre 2014

“E IO QUANDO SONO ADULTO? POTENZIALITÀ E RICERCA”


Convegno sulla Sindrome di Down in occasione della Giornata Nazionale della Persona Down

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E io quando.

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Sarà disponibile un servizio baby sitter gratuito. Si prega di indicare, all’atto dell’iscrizione, età e numero bambini per cui si intendere richiedere assistenza.

giovedì 2 ottobre 2014

Utero in affitto, schiavismo moderno

In nome del "diritto al figlio" di ricchi occidentali, donne povere affittano il proprio utero accettando condizioni contrattuali umilianti, che prevedono anche l'aborto selettivo

 

Roma, (Zenit.org) Federico Cenci 

Il vaso di Pandora l’ha scoperchiato la vicenda del piccolo Gammy, il neonato abbandonato - in quanto affetto da sindrome di Down - da una coppia di non più giovani aspiranti genitori australiani che si erano recati in Thailandia per “commissionare” la gravidanza a una donna del posto. Storia che rappresenta soltanto la punta di un iceberg che si estende nei meandri miserabili del Terzo mondo. Donne povere e disperate lasciano per denaro che la propria dignità venga schiacciata dal “diritto al figlio" reclamato da ricchi occidentali. L’umiliazione cui si sottopongono è attestata dai contratti che regolano il loro rapporto con i committenti, i quali curano ogni minimo dettaglio affinché il proprio “diritto al figlio” sia “soddisfatto o rimborsato”. Di questo moderno fenomeno di schiavismo ce ne parla la prof.ssa Assuntina Morresi, che dal 2006 fa parte del Comitato Nazionale di Bioetica.
***
Prof.ssa Morresi, può aiutarci a fare ordine tra le varie modalità di gravidanze a pagamento?
Esistono due modalità, quella “tradizionale” e quella “gestazionale”. Nella gravidanza a pagamento “tradizionale”, la donna che porta avanti la gravidanza è anche la madre genetica del nato: la donna che partorisce è cioè a tutti gli effetti la madre naturale del bambino, perché gli trasmetterà anche il proprio patrimonio genetico. Detto in altri termini, il bambino ha due madri: la prima che potremmo definire “naturale”, cioè quella che ha partecipato al suo concepimento mettendo a disposizione un proprio ovocita, e che al tempo stesso ha portato avanti la gravidanza e che lo partorirà, e la seconda madre “legale”, cioè quella che ha commissionato la gravidanza, e che si prenderà cura del bambino, crescendolo. Nella gravidanza a pagamento “gestazionale”, invece, il nascituro è stato concepito con un ovocita che non appartiene alla donna che porta avanti la gravidanza e partorisce, la quale quindi non ha legami genetici con il bambino. In questo caso il bambino può avere fino a tre madri: quella “genetica”, che ha dato il proprio ovocita; quella “gestazionale”, che ha portato avanti la gravidanza e che partorisce; quella “legale”, che ha commissionato la gravidanza e che si prenderà cura del bambino. A volte la prima e la terza – madre genetica e legale – coincidono.
Da cosa sono accomunate queste due modalità? Quali obblighi deve osservare la mamma surrogata?
Hanno in comune un contratto fra la coppia - o la persona singola, a seconda dei casi - committente, cioè quella che vuole un figlio e paga tutte le procedure necessarie per averlo mediante questi percorsi, e la donna che accetta di portare avanti la gravidanza a pagamento e di rinunciare al figlio appena nato. Dal momento in cui firma, la madre surrogata deve rispettare gli obblighi del contratto, che solitamente le indicano un preciso stile di vita a garanzia della salute del nascituro: niente fumo, alcool, droghe o farmaci al di fuori della prescrizione medica, ma anche divieto di ingrassare rispetto a un peso forma, poco caffè,  niente contatti con animali domestici, no ai dolcificanti, e così via. Se il neonato avrà qualche disabilità o malattia, sarà facile addossarne le responsabilità alla gestante, che dovrebbe restituire le somme eventualmente ricevute, e tenersi il bambino. Per garantire buone condizioni igienico sanitarie e uno stretto controllo medico, spesso le madri surrogate restano all’interno di apposite “case”, possibilmente accanto alle cliniche dove si sono sottoposte ai trattamenti che hanno procurato loro la gravidanza, e dove partoriranno. In queste dimore protette, lontano dalle loro famiglie, sono continuamente sotto controllo.
Nei contratti è previsto anche l’aborto? In quali casi? E laddove il bambino, una volta nato, abbia bisogno di essere rianimato, cosa succede?
L’aborto può essere previsto nel caso in cui la gravidanza è plurigemellare, per evitare che nascano bambini prematuri, o semplicemente perché i committenti hanno concordato un numero di bambini inferiore a quello che risulta dalle ecografie. Generalmente l’aborto è incluso nel contratto in presenza di malformazioni al feto. Per quanto riguarda la rianimazione del neonato, come in tutti i casi in cui si rende necessaria una decisione di tipo medico riguardante la gravidanza, questa spetta solamente ai committenti o, in loro assenza, al loro medico di fiducia. Se la madre surrogata si rifiuta di seguire le indicazioni date, il contratto si considera interrotto, eventuali somme ricevute dalla donna vanno restituite e il bambino rimane a suo carico.
In quali Paesi è maggiormente diffusa la pratica dell’utero in affitto?
È diffusa in due tipologie di Paesi. La prima è quella dei Paesi terzi: zone con sacche di povertà estese - per esempio alcune regioni di India, Thailandia e Guatemala, o anche Paesi dell’ex zona a influenza sovietica - in cui ci sono molte donne povere, scarsamente tutelate dal punto di vista dei diritti umani, poco istruite e anche poco consapevoli di avere dei diritti. La seconda è quella del Nord America, dove vale sempre il movente economico - non esistono donne in carriera con ricchi stipendi disposte a diventare madri surrogate - ma il contesto giuridico è tale da rendere questo mercato maggiormente regolato, anche solo dal punto di vista della contrattualistica privata, e le donne vengono pagate di più.
Lo scenario che ci descrive, soprattutto guardando a quelli che chiama Paesi terzi, fa apparire le madri surrogate alla stregua di moderne schiave. Come mai, a suo avviso, in un clima di spiccata sensibilità nei confronti della violenza sulle donne e dello sfruttamento del corpo femminile, a questa orribile realtà viene data così poco rilevanza?
Innanzitutto perché quello nato intorno alle tecniche di procreazione assistita è un mercato enorme, e le spinte a favorirlo ed ampliarlo sono altrettanto enormi. E poi perché dal punto di vista ideologico il “diritto al figlio” viene oramai prima di tutto, oscurando volutamente lo sfruttamento delle donne. Dovremmo sempre ricordare che per ogni coppia che racconta la propria felicità di avere avuto un figlio dalla fecondazione eterologa, c’è sempre qualcuno - che rimane in silenzio - che ha venduto parti del proprio corpo; donne sottoposte a trattamenti altamente invasivi. E dovremmo ricordare che per ogni coppia che rivela di avere raggiunto il proprio sogno di avere un figlio con l’utero in affitto ci sono donne che hanno accettato contratti subumani come quelli di cui abbiamo parlato. Ma adesso l’unico soggetto ad avere  realmente diritti è la coppia che desidera un figlio: coloro che “contribuiscono” in altro modo - chi vende i propri gameti, chi porta avanti a pagamento la gravidanza - così come i figli stessi, di diritti sembra non ne possano rivendicare.
Ritiene che le legalizzazioni del “matrimonio gay” e dell’adozione agli omosessuali aprano la strada a una maggior propagazione di questo fenomeno?
La gravidanza conto terzi è l’unico modo in cui una coppia di omosessuali maschi può avere un figlio in qualche modo legato geneticamente almeno a uno dei due, senza ricorrere a rapporti sessuali con donne. Cercando in rete si può vedere come molte delle organizzazioni di maternità surrogata siano dedicate esclusivamente alle coppie omosessuali maschili.
Da membro del Comitato Nazionale di Bioetica, una sua valutazione sulla sentenza della Corte Costituzionale che ha sancito l’illegittimità della legge 40 rispetto al divieto di fecondazione eterologa?
Dal punto di vista etico, ritengo gravissima l’affermazione di “diritto incoercibile” ad avere figli, ribadita ancora qualche giorno fa da Giuseppe Tesauro, Presidente della Consulta, che ha sottolineato il “diritto ad avere una famiglia e arricchirla con la presenza di figli”. Se il diritto al figlio è incoercibile, allora tutto deve essere subordinato ad esso, compresi altri diritti che, pur teoricamente rispettati, vengono necessariamente subordinati rispetto a quelli cosiddetti incoercibili.